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Umbria Jazz Spring un festival da ripensare

In tanti anni di attività di giornalista particolarmente attento alle vicende di Umbria Jazz, ai suoi mutamenti sia sociali che organizzativi e finanziari, non ultimo l’arrivo di un milione di euro dal ministero delle attività culturali dopo il riconoscimento del festival quale manifestazione di interesse nazionale, i comunicati di bilancio di fine festival per la prima volta sono privi di cifre e di numeri che possono orientare meglio il lettore sul successo dell’iniziativa Umbria Jazz nel suo insieme. E’ il caso di Umbria Jazz Spring di cui si è chiusa la seconda edizione, la terza in realtà considerando la numero zero del 2017, che non viene valutata secondo criteri quantitativi oltre che qualitativi perché – come spiega il direttore generale di Umbria Jazz Gianpiero Rasimelli“importante è relazionarsi ad un pubblico come quello ternano che ritrova l’opportunità di ritessere anche un tessuto cittadino soprattutto grazie al jazz”. In altri termini ciò che è scritto nel comunicato finale è che Umbria Jazz Spring a Terni era “composto quasi esclusivamente da concerti gratuiti. E in questo senso, è chiara la volontà della Fondazione Umbria Jazz, di concerto con le Istituzioni, di rendere il più accessibile possibile il festival”. In definitiva la Fondazione Umbria Jazz giudica quello di Terni “un risultato incoraggiante di presenze, che può essere migliorato soprattutto in termini di spettatori paganti”. Sì perché al di là dell’attività gratuita dei club Bugatti, Rendez Vous e Caffè del Corso che hanno fatto registrare i sold out (del resto tutt’e tre i locali non hanno capienze che superano i 150 spettatori), i concerti a pagamento erano soltanto quelli riservati al teatro Secci, otto in tutto, con un numero di spettatori paganti davvero esiguo. Insomma, il parametro con cui relazionarsi a Umbria Jazz Spring non è quello del flop quantitativo, ma quello delle premesse di un test avviato a Terni in tre anni di esperienza che ha prodotto dei suggerimenti e delle correzioni di tiro che evidentemente – almeno è questo l’intento degli organizzatori – verranno attuate nelle prossime edizioni.

C’è intanto però da tener presenti alcuni punti deboli del festival di Terni proprio in relazione all’eventuale modifica della progettualità della manifestazione. Intanto il primo problema evidente sul tappeto è Terni che non è città turistica al pari di Orvieto e di Perugia e che pertanto non produce un appeal sui visitatori. Dunque parte svantaggiata anche da un punto di vista turistico. Ci sarebbe invece da considerare al contrario, la grande opportunità più volte in passato sperimentata dell’attrattività dell’hinterland ternano, dalla Cascata delle Marmore a Carsulae, tanto per fare degli esempi, che potrebbero rappresentare il vero punto di svolta di un festival ripensato su altri paradigmi. Ci permettiamo qui di proporre inoltre uno slittamento della data di svolgimento svincolata dal periodo che va dalla Pasqua al primo maggio anche in considerazione del fatto che Terni non dispone di una location adeguata al contenimento di un pubblico che vada oltre i trecento posti: al momento il teatro Secci è il massimo che la città può offrire. Impensabile dunque affrontare l’instabilità di un meteo spesso sfavorevole nel periodo pasquale, magari per spostare l’attenzione sul periodo finale della primavera, l’ideale sarebbe la fine del mese di giugno, o in alternativa, il periodo finale del mese di luglio dopo lo svolgimento di Umbria Jazz a Perugia. Del resto è ormai accertato come quarantasei anni di Umbria Jazz a Perugia insegnano, che il jazz deve essere “trainato” da eventi che poco, a volte niente, hanno a che fare con il jazz stesso: rock, pop e tutti i vari derivati che alimentano la ricca teoria di generi e stili che vi ruotano attorno. Ecco, è questo il punto. Visto che Terni, ma non le sue zone limitrofe, non presenta appeal turistico, perché non reimpostare il festival in base anche a un grande evento da svolgersi in una delle location di cui dispongono i dintorni della città, lasciando inalterata o anzi incrementando l’attività dei club in città? Forse è l’unica arma che rimane a Umbria Jazz per rilanciare definitivamente il festival ternano e allo stesso tempo per non esporre il glorioso marchio di Umbria Jazz a un appannamento immeritato.

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Claudio Bianconi

Arte, cultura, ma soprattutto musica sono tra i miei argomenti preferiti.

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