Umbria Jazz, fa discutere il "generale" di Mamo

PERUGIA – Persino Alberto Burri si occupò dei poster di Umbria Jazz: ne tratteggiò con tinte accese tre prototipi ma all’epoca sfuggì l’occasione di vederli pubblicati come manifesti ufficiali del festival. Solo nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Burri, Umbria Jazz riprese quel vecchio progetto e fece imprimere le opere del maestro, tre diverse composizioni, sotto al logo storico giallo e nero di Umbria jazz. La storia gloriosa dei manifesti di Umbria Jazz parte da lontano, sin dal 1973 (prima edizione) quando il poster risultava niente più che un elenco degli appuntamenti in programma vicino al logo, proprietà della Regione Umbria che appariva di lato sulla sinistra. Per un anno il logo, nel 1974, diventò rosso, ma poi tornò ai suoi colori originali giallo su sfondo nero che non furono più abbandonati. Nel corso dei 46 anni di storia hanno creato i poster di Umbria Jazz che lentamente diventarono vere e proprie espressioni artistiche, alcune delle firme più importanti dell’arte non soltanto umbra come Nuvolo, Dorazio, Giuman, tanto per citarne alcuni. Una tradizione di lungo corso che spesso ha avuto esiti molto felici, altri non indimenticabili, ma sempre frutto di una ricerca attenta del nesso che unisce suono e visione, musica e arte in quell’estemporaneità che rimane il trait d’union tra jazz e colori, tra note e nuances. L’impatto che ha riservato al popolo di Umbria Jazz l’opera di Mamo, al secolo Massimiliano Donnari autore del nuovo poster di Umbria Jazz 2019, non è invece stato dei più coinvolgenti. Commenti contrastanti che continuano nel corso della giornata di oggi, si leggono nei post del social network spesso dileggianti un’opera che ricalca almeno per buona parte l’arte di Enrico Baj, artista e saggista milanese che amava innestare elementi materici in contesti anche antropomorfi tra l’onirico e il grottesco. In un post su Facebook è stato definito “copia malriuscita” di alcuni esempi dell’arte di Baj che negli anni Settanta virò l’aspetto ludico della sua arte verso un più forte impegno sociale con le opere della serie dei “generali”. Non a caso di “generale Umbria Jazz” parla anche Donnari, un generale che associa alla figura e al ruolo di Carlo Pagnotta come colui che con toni militareschi detta gli ordini al suo “esercito” di esecutori per far funzionare la macchina di Umbria Jazz. Ha un che di meccanicistico quasi tridimensionale l’immagine di Donnari, quasi scaturisse da un collage con diversi elementi materici. In realtà al di là dell’effetto ottico che rinvia al 3D, ricorrono nell’immagine una serie di segni attinenti ad Umbria Jazz e ai suoi simboli che donano all’insieme un aspetto ironico e allo stesso tempo iconoclasta come la divisa formata da una testiera di pianoforte, il grande sigaro cubano che emette fumo di note tra i denti del generale più simile a un tycoon o a un boss che a un militare; i colori giallo e nero insistiti e la nuvola con l’affermazione in inglese: “Svegliati, la musica salverà il pianeta”, anch’essa parafrasi della citazione di Dostoevski: “La bellezza salverà il mondo”. C’è sicuramente molta ironia nel poster di Donnari, ma è lecito chiedersi se la figura di un “generale” sia la più appropriata per lanciare un messaggio salvifico e inneggiante a gesti d’amore nei confronti dell’ambiente, forse inappropriata da affiancare idealmente a quella molto più spontanea di Greta Thunberg che esprime, con una convinzione tutta adolescenziale, la sua sensibilità e le sue idee in materia di emergenza ambientale. E poi chi l’ha detto che Pagnotta sia un generale, forse gli si addice meglio la figura di “sergente di ferro”.

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