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Due giorni all’Isola Polvese contro il bullismo e il cyberbullismo

PERUGIA – Si chiama “I Ragazzi di ferro” l’associazione nata dal coraggio di una mamma che con l’intento della sensibilizzazione contro il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo organizza nei giorni di sabato e domenica all’Isola Polvese un serie di incontri, performance, laboratori, finalizzati ad una raccolta fondi da destinare all’associazione. Per sabato mattina, a cominciare dalle ore 9,30, è previsto un convegno con esperti, psicologi, sociologi che sviscereranno i diversi aspetti del fenomeno alla luce dei più recenti studi. Nel pomeriggio è invece in programma l’avvio di una serie di laboratori tra cui quello di sopravvivenza e outdoor, di ritaglio del legno e di Cypher (cerchio free style tra boys). I laboratori continueranno anche nella giornata di domenica a partire alle ore 10 per concludersi con un concerto di Giorgia Buzzanti (voce) e Andrea Cardoni (chitarra). Giancarla Maio, presidente dell’associazione “I Ragazzi di Ferro” e mamma che ha subito le conseguenze dolorosissime del bullismo, si è avvalsa della preziosa collaborazione di Serena Giolli, presidente dell’associazione Beautiful Mind impegnata nel sostegno di famiglie e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento (dsa).

Due giorni di manifestazione all’Isola Polvese nati con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno del bullismo. Lei ha un’esperienza personale molto significativa e per molti aspetti drammatica. Ci può spiegare da quali motivazioni è partita questa iniziativa?

“Io sono – risponde Giancarla Maio – la presidente dell’associazione Ragazzi di Ferro nata nel 2017 dopo lunghi anni passati a subire atti di bullismo molto pesanti sulle mie figlie e invece di pensare ad una giustizia da tribunale o per legge, abbiamo immaginato di affrontare il problema con altri metodi e avvicinare i ragazzi per un comportamento sociale più idoneo. Tutto è nato perché queste situazioni non erano riconosciute dalla società che invece che accogliere le nostre sofferenze e porvi rimedio, ha ignorato completamente il caso”.

Vale a dire che lei e la sua famiglia si è trovata in una condizione di completo isolamento su fatti che si sono rivelati vere e proprie violenze sulle bambine?

“Sì, è proprio così. Tutto è cominciato a causa della dislessia della mia figlia più grande. L’insegnante negava, perché ancora ci sono moltissime persone che credono che la dislessia sia un po’ una moda, un vizietto, oppure una forma di svogliatezza. Infatti mia figlia, come ho raccontato in un libro che ho deciso di scrivere per chiarire tutto, veniva definita scansafatiche, senza cervello. Le ore di studio di una bambina di 7 anni erano di 12-14 al giorno. Era disumano vedere una bambina che non riusciva a raggiungere gli obiettivi che si era preposta la scuola e la scuola che non si poneva la domanda se forse era il caso di cambiare il modo, il sistema, di andare incontro ad una bambina, ma semplicemente imponeva il raggiungimento di obiettivi. E’ stata una lunga battaglia a colpi di professionisti seri e accreditati che se la sono vista tra loro, perché noi eravamo a quel punto soltanto i genitori “disturbanti” e qualcuno mi chiedeva in quale negozio andavo a comprare i certificati. Proprio perché erano convinti, e lo sono tuttora, che semplicemente mia figlia era svogliata”

In tutto questo le istituzioni, prima di tutto la scuola, sono rimaste completamente latitanti…

“Esattamente. I primi a venirci incontro avrebbero dovute essere le istituzioni e quindi la scuola che aveva insieme a noi l’obbligo morale e anche legale della crescita della bambina che, come molti altri, ha semplicemente un diverso modo di apprendere e quand’anche avesse avuto un problema molto più importante, se ne sarebbe dovuto far carico la stessa istituzione. L’insegnante rifiutò l’uso del registratore in classe che fu prescritto da esperti del Bambin Gesù di Roma, riteneva che così si violasse la sua privacy. E non fu permesso”.

Diciamo che in conseguenza alla dislessia, la bambina è stata individuata come “diversa” e come tale il branco l’ha presa di mira per attuare atti di crudeltà che si sono espressi come?

“Ad esempio in seconda elementare usavano punzecchiarla con le matite, la bambina si nascondeva sotto le scrivanie e lì veniva inseguita e continuamente infilzata. Me ne sono accorta perché aveva qualche punta di mina conficcata nelle braccine, la schiena con dei lividi, così come le gambe. Gli inseganti reagirono dicendo che “erano bambinate, ragazzate. Vigileremo meglio, non si preoccupi”. Siamo arrivati alla terza elementare e di fronte alle richieste di accreditati professionisti di applicare maggiore vigilanza e i piani didattici personalizzati, fecero spallucce. In quarta e quinta trasferii la mia bambina in un’altra scuola e lei cominciò a scrivere: “No, io resto qua”, che è diventato il titolo del libro, perché pensava che in un’altra scuola sarebbe stata la stessa cosa. Siamo andati comunque nell’altra scuola lasciando questi piccoli bulletti in erba e quando l’abbiamo ritrovati in prima media, loro erano diventati dei veri e propri serial-bulli. Hanno ritrovato mia figlia che si rifiutava di fare i cosiddetti “challenge”, vale a dire le prove di “coraggio”, o meglio di incoscienza e i bulli, ai continui rifiuti di mia figlia, decisero di punirla. Una delle gregarie ha messo in un angolo mia figlia, ha preso un fazzoletto di carta che ha appoggiato sul suo viso e gli ha dato fuoco. Lo choc, più che il danno fisico che per fortuna non è stato gravissimo, anche se il fuoco ha bruciato una parte di capelli sulla fronte, è stato il danno morale. Mia figlia considerava quella ragazza una sua grande amica, anche lei bullizzata e probabilmente alla fine si è schierata con i bulli per non subire più quello che facevano anche a lei. Ho ritirato mia figlia dalla scuola, l’ho portata in un altro paesino e ha affrontato la terza media. Poi gli studi sono continuati a sessanta chilometri di distanza da dove abitiamo proprio per evitare ogni contatto. Anche se, in questo secondo caso, si sono verificati atti di bullismo riferiti questa volta alla differenza di genere. Non era comprensibile agli occhi dei bulli che una ragazza fosse una percussionista (una passione quella per le percussioni che mia figlia ha coltivato si dal primo anno di superiori) che per di più si era schierata a difesa di una ragazza bullizzata da essi stessi. Per cui, facendole degli scherzi idioti al telefono, usando delle casse acustiche al massimo volume e amplificando al massimo un suono acutissimo le è stato provocato un danno sia all’occhio che all’orecchio, al nervo del trigemino che ha prodotto una paresi facciale a mia figlia, rimasta cieca e sorda per una quindicina di giorni. Noi non abbiamo sporto denuncia contro nessuno, ma abbiamo pensato di costituire questa associazione “I Ragazzi di Ferro” per cercare di tutelare bambini, ragazze e ragazzi che subiscono violenze e atti di bullismo”.

 

Claudio Bianconi

Arte, cultura, ma soprattutto musica sono tra i miei argomenti preferiti.

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