Al 2Mondi la riflessione coraggiosa di Berlin Kabarett e il canto audace di Marisa Berenson

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SPOLETO – Fame, bombardamenti. Il Terzo Reich è da poco stato fondato, i morti e le lacrime cominciano a riempire la Senna. Da Berlino Kirsten li sente morire e affoga i suoi dolori nell’alcol, nelle sigarette, nella danza, nella musica. La direttrice del cabaret, interpretata da Marisa Berenson, è una donna fatale e triste, rinchiusa in un mondo che più non le appartiene e che sta finendo proprio come lei che a diciassette anni si è dovuta vendere al mercato dell’amore.
Tocca temi corposi Berlin Kabarett, lo spettacolo in lingua originale con sopratitoli (non sempre visibili a causa delle forti luci e del fumo) andato in scena ieri sera 29 giugno, al Chiostro di San Nicolò, per la regia di Stéphan Druet e le musiche di Stephan Corbin e Kurt Weill. La scenografia aperta nella sala convegni è stata allestita come un vero caffè-concerto, di quelli nati nel XVIII secolo e provvisti di luci soffuse e un’orchestra di pochi elementi. In questo caso, un pianoforte suonato da “un ebreo comunista e omosessuale”, una tromba in sordina e una batteria. Ad animare le serate per disperdere l’angoscia della guerra e la sobrietà del pudore, in un infelice contrasto, ci sarà Viktor (Sebastiàn Galeota) con la sua vitalità, il figlio omosessuale di Kirsten. Il rapporto tra i due, pur nei ritmi tragicomici, è penoso; spesso fuoriesce da lui un bisogno cieco d’amore che lei non riesce ad esprimere, o forse neanche le importa e gli tace, sopprime la maternità e lo deride. Anche quando dopo un’offesa gli tira uno schiaffo, anche se afflitta, non sembra capace di gesti. Nei canti ricorda il suo passato ma non lo tollera quasi con la stessa avidità del presente. Le nebbie tirate su dalla terra dopo le esplosioni e il loro rumore che placa la musica, per poco, fanno da sfondo a una sottile fuliggine di amarezza espressa nella voce della Berenson a tratti roca e audace.
Siamo nel periodo delle grandi avanguardie: lo stesso Satie si sarebbe guadagnato da vivere suonando al pianoforte in uno dei cabaret di Montmartre. È evidente il bisogno dei musicisti di comunicare in un momento storico di difficile espressione come invece lo diventerà il loro tipo di musica, la corrente espressionista, con strutture modali e riferimento a modelli melodici fissi. Possiamo citare, ad esempio, l’ungherese Béla Bartók che assimilò le influenze francesi per condurre le sue composizioni verso una condotta armonica ossessiva; il francese Darius Milhaud che, entrato a far parte nel 1918 nel Gruppo dei Sei, una sorta di scuola antiromantica che prediligeva la semplificazione del linguaggio ed accoglieva spunti provenienti dal jazz, continuò a convergere nella sua produzione fantasiose sintesi culturali; il tedesco Paul Hindemith che pur legato alla sua tradizione barocca restò sempre aperto alle nuove correnti moderne. È possibile trovare analogie con queste avanguardie e con le musiche più contemporanee come quelle legate alla chanson di Edith Piaf, del jazz, ma anche influenze gipsy e klezmer.
Il pubblico, a cui viene servito flûte con champagne, è sistemato al tavolo come fosse trapiantato in un vero cabaret d’epoca, intorno ha tubi di rame in bella vista, camerieri truccati vestiti con gli straccali e a dorso nudo. Gli attori entrano dalla porta dietro le sue spalle, rimane assorto sull’orchestra e sulla scena illuminata e spoglia. Tra gli applausi degli spettatori anche quelli del direttore artistico del festival Giorgio Ferrara, il sindaco di Spoleto Umberto De Augustinis e l’assessore alla cultura Ada Urbani.   
Una riflessione coraggiosa quella portata in scena nella seconda serata del Festival, voluta per tre stagioni consecutive in Francia grazie anche alla figura carismatica di Marisa Berenson e che a Spoleto avrà ben nove repliche (a partire da oggi, poi il 4, 5, 6, 7, 10, 11, 12, 13 luglio). Un finale atipico, non tanto per l’arresto e la chiusura implicita del cabaret quanto per la reazione della direttrice, una risposta come a chiedersi, infine, cosa sta succedendo? Contro l’apatia che rompe gli schemi di quel reale costruito e diffuso
 
 

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