L'addio di Francesco Falcioni in un giorno assolato d'autunno

TERNI – Era il migliore, era tra noi quello che stava un passo avanti, a volte un’era siderale. Sono tante le frasi di circostanza che di solito  accompagnano alla sepoltura gli amici, soprattutto quelli cari. Francesco prima di tutto non usava mezzi termini, diceva sempre quel che pensava, anche nelle situazioni in cui era consigliabile evitare. Era questo il motivo per cui, nel corso degli anni, si era creato nemici ed avversari che non aspettavano altro che pagasse il conto della sua franchezza. Questo del resto era anche l’aspetto che più lo legava a Terni e alla “ternitudine”, una franchezza sino al limite del “masochismo” che disarma, che a volte imbarazza, ma che rimane la modalità migliore per distinguere: tra chi, ipocrita ti blandisce, poi è pronto a tradirti, o chi ti guarda diritto negli occhi e magari alza la voce ed è pronto a contraddirti. Francesco se n’è andato in un giorno assolato d’autunno, gli è stata fatale la  sua passionaccia per le moto con cui si sentiva libero di attraversare Paesi diversi, di conoscere il mondo e continuare ad ampliare la sua “visione” e le sue idee della vita e dell’esistenza. Avevo una ventina d’anni quando lo conobbi e ricordo che subito mi colpì la velocità e l’immediatezza con cui articolava il suo linguaggio; così era anche per la musica, sua missione di vita di cui spesso mi capitò di condividere le sue “lezioni” non solo tecniche, ma anche filosofico-estetiche. Con lui condivisi anche un’altra passione, quella per la fotografia. Era sempre aggiornatissimo e mi rivolgevo a lui per consigli su nuovi prodotti, anche di camera oscura – erano ancora i tempi dell’analogico e delle camere oscure – da acquistare. Francesco passò anche momenti di crisi, esistenziale prima di tutto,  ma anche spirituale. Ecco, quello spirito lo salvò insieme al suo senso innato della religione nel senso etimologico del termine di “unione”: con le sue fragilità aveva fatto i conti e si rese conto che in fondo quegli spigoli caratteriali non erano altro che la manifestazione del bisogno di verità e di amore, lo stesso amore che poi ha finito per impiegare per formare nuove generazioni di musicisti e per abbracciare e per stringere a sé la vita. Francesco se n’è andato in un giorno assolato d’autunno. Sulla strada. Senza clamori ci ha mandato un addio dolorosissimo. Gli auguriamo che la “strada” nuova intrapresa lo conduca a quella verità che tanto ha agognato nella sua vita. Ciao Francesco, che la terra ti sia lieve.

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