In memoria di Valerio Di Carlo

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Una foto, appesa nel mio studio, ritrae Nanda Pivano in raccoglimento di fronte alla tomba di Ernest Hemingway nel cimitero di Ketchum, che si trova nello Stato dell’Idaho.

Nanda Pivano

Nanda, la Musa della mia generazione che del grande scrittore fu inseparabile amica e traduttrice, lo aveva incontrato nel 1948 a Cortina  e da quel momento sono rimasti profondamente legati fino alla sua tragica morte avvenuta nel 1961. In uno dei suoi ultimi libri, lei racconta che desiderava da tempo recarsi in quel luogo per soffermarsi in preghiera davanti a quella lapide che, al tempo stesso, sperava non dovesse mai esistere. Una leggenda del luogo narra che,  al crepuscolo, un coyote “vestito dei colori di Armani”  scavalchi la recinzione e, dopo aver fatto il giro della tomba del grande scrittore, scompaia tornando sui suoi passi.  Quella immagine straordinariamente suggestiva, è stata scattata da un fotografo occasionale: il medico che la accompagnò in giro per l’America insieme alla troupe che girava il documentario “A Farewell to Beat” in quello che fu definito il  “viaggio degli addii”. Il medico-fotografo si chiamava Valerio Di Carlo ed  era medico personale di Nanda Pivano, il solo di cui lei si fidasse ciecamente al punto che, durante un viaggio negli Stati Uniti inviata dal Corriere della Sera, sentitasi male, non accettò di sottoporsi al  cure dell’ospedale in cui fu portata fino all’arrivo del suo “medico-stregone” che l’accompagnò in aereo  a Milano. 
Valerio, che ho avuto l’onore di avere come amico, è stato Professore Emerito e Direttore della Cattedra di Chirurgia Generale e Primario per anni all’ospedale  S. Raffaele ottenendo prestigiosi riconoscimenti scientifici in ogni parte del mondo.
Il professor Valerio Di Carlo

Primo trapianto a rene e pancreas

Valerio Di Carlo con alcuni dei più importanti chirurghi al mondo

Nella sua lunga prestigiosa carriera è stato tra l’altro il primo ad effettuare il trapianto simultaneo di rene e pancreas e quello delle insule pancreatiche, aprendo la strada per il miglioramento della vita di molti pazienti diabetici. Ma Valerio non è stato solo uno scienziato ed un insigne clinico: è stato anche uno straordinario uomo di cultura. Ho avuto la fortuna  di incontrarlo la prima volta diversi anni fa grazie a due comuni amici, Sandro Loreti ed Olga Urbani, in occasione del conferimento del Premio Casentino, il prestigioso riconoscimento istituito da Carlo Emilio Gadda. Da allora abbiamo iniziato a frequentarci condividendo passioni ed interessi comuni. Colpito da malattia, non ha mai perso la voglia di vivere e di dedicarsi all’amore per la bellezza in tutte le sue numerose espressioni: musica, arte, poesia, letteratura ma, soprattutto, la incontenibile propensione ad occuparsi del bene altrui; da ultimo,   in qualità di Presidente della Fondazione Giulio Loreti Onlus. 
Valerio Di Carlo e Gino Strada

La scomparsa di una personalità come Valerio Di Carlo lascia in chi lo ha conosciuto un vuoto insopportabile. Perché il rimpianto di non aver fatto tutto ciò che avremmo potuto, rimandando al  prossimo incontro la visita di un museo, di un concerto, o semplicemente una chiacchierata tra amici, ha suscitato in molti di noi una sensazione di grande inquietudine. Anni or sono, non trovammo il tempo e la giusta determinazione  per organizzare un evento che riconciliasse Nanda Pivano con la città di Spoleto a distanza di oltre quarant’anni dall’arresto di Allen Ginsberg nel 1967 reo di aver affisso all’ingresso del Teatro Caio Melisso la traduzione in italiano delle sue poesie dal contenuto piuttosto esplicito. 
Valerio Di Carlo con Vasco Rossi

Purtroppo,  immersi nell’oblio cui siamo tutti destinati, temo che finiremo per rammaricarci  anche stavolta di non aver avuto altro tempo a disposizione; ma per evitare che i rimpianti prendano il sopravvento sui sogni, non esiste altro modo che vivere intensamente  il presente prima che ci sfugga di mano. Lo ricordo raggiante in occasione della visita che facemmo non più tardi dell’anno scorso alla Resurrezione di Piero dopo il restauro: una passione, quella per il grande pittore che come me lo aveva contagiato. E poi alla presentazione del suo libro “L’Anima del Medico”, presso la Fondazione Loreti e all’Assemblea Legislativa dell’Umbria, che rappresenta l’ultimo testamento morale rivolto  ai suoi nipotini di una vita eccellente interamente spesa per gli altri. 
Il virus maledetto ha posto fine in pochi giorni alla sua esistenza  nel modo peggiore è più ingiusto che si potesse immaginare: senza un funerale da celebrare e un corpo da seppellire, privato del conforto dei suoi cari e dei suoi amici, nello stesso luogo – l’Ospedale San Raffaele – che lo ha visto primeggiare nel mondo  aprendo nuovi orizzonti nel campo della chirurgia. 
Così, ogni volta che lo sguardo cadrà sulla foto di Nanda Pivano appesa alla parete del mio studio e sulle dediche   scritte di suo pugno per me nei libri che insieme mi avevano donato, non potrò fare a meno di ricordarvi entrambi nell’ultimo viaggio alla ricerca di ciò che fu il mito del sogno americano.  Nanda, scrisse di non sentirsi abbastanza buddista per credere che il coyote dalla lunga coda che, secondo la leggenda, appare ogni sera all’imbrunire per fare il suo solito giro sulla tomba di Hemingway, fosse proprio  la sua reincarnazione. Io mi accontenterei di molto meno semplicemente sperando che, seppur privata del suo corpo mortale o della sua improbabile trasmigrazione nel corpo di un animale, l’anima di un uomo come Valerio possa rimanere per sempre dentro ognuno di noi.   
Grazie di tutto, di aver reso possibile il sogno di conoscere Nanda Pivano, dei tanti  libri regalati, dei consulti gratuiti presso la Fondazione Giulio Loreti ai miei amici malati ma, soprattutto, della tua generosa ed incondizionata amicizia. 
Non ti dimenticheremo mai. 

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