Coronavirus, l'annus horribilis per il settore turistico e per il suo indotto

PERUGIA – L’Ai (intelligenza artificiale) e la “rivoluzione digitale”, seppure sono scese in campo come uniche modalità possibili per continuare ad alimentare il sistema di relazioni, di scambi e di attività soprattutto culturali, poco o nulla possono su un fattore determinante del settore turistico: la presenza e la natura esperienziale del vivere un luogo, arricchirsi umanamente e culturalmente attraverso il viaggio. Purtroppo, come tutti sanno, gli effetti del coronavirus sul 2020 saranno devastanti sull’intero comparto turistico e già da ora si registrano de/booking pari ad almeno il 50 per cento rispetto all’anno precedente. Si calcola che gli effetti sui fatturati daranno insostenibili per la maggior parte delle imprese del settore e che soltanto nel territorio regionale umbro diventeranno almeno 26 mila i posti di lavoro a rischio. Una débacle da cui sarà molto difficile risalire. Da più parti si continua a sostenere che quello del coronavirus non è altro che l’inizio di una nuova era in cui tutto sarà sottoposto ad una profonda revisione. Ma se calcoliamo che sino allo scorso 2019 per ogni euro investito in cultura e turismo se ne producevano 6 in termini di marketing territoriale e dello sviluppo dell’indotto, abbiamo anche un parametro per ipotizzare che manifestazioni come Umbria Jazz, il Festival dei Due mondi ed Eurochocolate subiscano una battuta d’arresto violenta – almeno nell’ipotesi della sospensione nel 2020 – che avrà ripercussioni pesanti anche sul futuro. Si incrina dunque quel circuito virtuoso che si era formato attorno a dati di sviluppo progressivo come ad esempio hanno attestato, per Umbria Jazz, gli studi promossi dalla Fondazione Umbria Jazz con la collaborazione del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Perugia, di Federalberghi Umbria e Confcommercio Umbria con il patrocinio della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, presentati la scorsa estate. Intanto si prospetta una Pasqua e una Pasquetta all’insegna del distanziamento sociale e dell’impossibilità di valicare i confini comunali con un ingente danno sull’economia di città turistiche, tra le quali, ad esempio Perugia, Siena, Arezzo, Viterbo sulle quali peserà anche il fatto che il tradizionale turismo scolastico di primavera è costretto allo stop. Ma paradossalmente, nella criticità di una situazione senza precedenti, L’Umbria, che insieme a Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Molise e Basilicata, fa registrare tra le più basse percentuali di incidenza degli effetti da Covid19 in tutto il Paese, potrebbe godere – anche se sarebbe una misera consolazione nella gravità della crisi dell’intero sistema- Paese – di una posizione di privilegio che potrebbe indurre a maggiori flussi di incoming turistico. Solo se il contagio si stabilirà nella curva discendente che sembra stia percorrendo e al termine delle festività pasquali e in considerazione dell’effettivo inizio dell’attesa fase 2, si potranno delineare ipotesi più certe. Intanto di quasi certo – secondo una stima dell’Istituto Demoskopica – c’è che sarebbero sette, le destinazioni regionali a registrare un livello di rinuncia maggiore per il periodo estivo: Lombardia, Veneto, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna, Lazio e Campania. In una zona intermedia troverebbero collocazione Trentino-Alto Adige, Marche, Puglia, Calabria e Sardegna. C’è però un’altra variabile importante da tenere in considerazione che, a prescindere da populismi e nazionalismi di ritorno, molti sono gli italiani che già da ora sembrano propensi a passare vacanze, magari in forma ridotta, scegliendo una meta tra le tante che il Belpaese offre. Tanti quanti giurano che per anni terranno lontano dai loro programmi un viaggio in Olanda. Anche se, stando comunque alle stime attuali, sembra che siano circa 14 milioni gli italiani che rinunceranno di passare anche solo qualche giorno lontani da casa per una vacanza in questo annus horribilis 2020.

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