Librerie aperte dal 14 aprile, archivi e biblioteche pubbliche e universitarie e di ricerca chiusi. Qualcosa non va

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La vicenda che proponiamo oggi ai lettori di Vivo Umbria, sperandoli in luoghi distensivi e magari vacanzieri, riguarda la lettera che la Consulta Universitaria per la Storia dell’Arte (Cunsta) ha inviato al ministro Dario Fanceschini, al ministro dell’Università Gaetano Manfredi e ai direttori generali degli Archivi, delle Biblioteche e dell’Educazione del Ministero. Quello che si evidenzia, a nostro modesto avviso a ragione, è una sorta di doppio binario della convenienza. Ci spieghiamo meglio: sul primo binario, diciamo quello dell’altà velocità, viaggiano legittimamente i principali referenti economici, a vari livelli, che sono stati minati dal lockdown dell’economia e pertanto preoccupano tutti, politici e amministratori in testa. Così alle librerie che hanno gestori e interessi diretti viene concesso di riaprire dal 14 aprile. Sul binario della rete secondaria, quella che spesso ha addirittura il binario unico, ci sono i luoghi deputati alla cultura che però sono liberi e gratuiti ovvero biblioteche e archivi, luoghi di lettura, studio, didattica e ricerca. E qui il transito resta ancora inspiegabilmente chiuso. O forse nemmeno così tanto inspiegabilmente. Nel senso che ci sono costi che ricadrebbero a carico di chi governa che al momento ha altro a cui pensare. E mentre anche i quotidiani sono tornati nei bar, naturalmente la nostra proverbiale burocrazia italica anche stavolta magari consentirà di trincerarsi dietro lo “sportello” giusto: potrebbe in questo caso l’Istituto della Patologia del Libro . Leggere per credere.
Ecco la lettera:
“Onorevoli Ministri, Egregi Direttori,
i firmatari di questa lettera desiderano rappresentare alle SS.VV. le grandi difficoltà che la crisi Covid-19 ha procurato alla ricerca e alla didattica, in particolare per quanto riguarda uno dei servizi più importanti di questo settore, quello delle biblioteche e degli archivi.
Nel momento in cui il paese è ormai ripartito, a rimanere quasi completamente chiuse sono ancora le biblioteche. Nei rari casi in cui qualcuna di esse ha invece sperimentato qualche forma di riapertura – a orari fortemente limitati e con vari servizi non effettivi – una speciale normativa è intervenuta a bloccarne ulteriormente l’attività. Si tratta della disposizione ‘non prescrittiva” proveniente dall’Istituto della Patologia del Libro (un istituto non medico ma di conservazione libraria) che ha consigliato una quarantena di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato. Si può facilmente immaginare quali conseguenze devastanti abbia questo meccanismo: gli utenti, che non hanno più libero accesso agli scaffali anche nei luoghi dove questo era consentito, devono non solo prenotare i volumi, in numero sempre limitato, ma devono anche sottostare a questo fortissimo rallentamento funzionale, che di fatto riduce a ben poco le possibilità di una vera, rapida, e competitiva ricerca quale oggi è internazionalmente indispensabile.
L’Associazione Italiana Biblioteche ha espresso forti perplessità circa la misura dei 10 giorni, rappresentando che l’Istituto Superiore di Sanità, dunque il massimo organismo in campo sanitario nazionale, ha espressamente definito il periodo di sopravvivenza del virus sulla carta a un massimo di 3 giorni. Non comprendiamo come mai soltanto le biblioteche (e archivi) vengano sottoposte a queste norme draconiane, quando le librerie – che trattano i medesimi oggetti, li fanno toccare, consultare, rimettere a posto, ecc. – sono aperte da metà aprile senza alcun tipo di limitazione, e ogni altro esercizio commerciale, dai caffè ai ristoranti, ai cinema e perfino alle sale Bingo, è ormai libero di lavorare pur nell’ovvio rispetto delle prescritte norme di sicurezza.
Gli orari limitati e gli incomprensibili altri impedimenti ci sembra vadano a colpire un settore, quello dello studio nelle biblioteche, vitale per il mondo della ricerca e dell’insegnamento, in particolare quello universitario che i firmatari di questa lettera rappresentano. Dottorati, progetti, e ogni tipo di pubblicazione scientifica non solo accademica, ma museale e conservativa sono bloccati da mesi, e nessuna autorità ha ancora previsto e comunicato quale sia l’orizzonte con cui la comunità scientifica deve misurarsi. Il timore è che questo settore venga lasciato indietro perché non direttamente connesso alle strutture del commercio e della produzione industriale. Si tratta però, come il ministro Franceschini ha sempre sostenuto, di uno degli ambiti più cruciali e caratterizzanti della vita della nazione, quel ‘petrolio’ che non è fatto solo di biglietti di ingresso a musei, ma va integrato a un grandissimo retroterra, accademico e conservativo, per cui l’Italia ha un posto di primo piano nel mondo”.

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