Covid 19, ora non basta dire: “E’ vero, potevamo fare di più”

PERUGIA – Pandemia, da Pan, il dio che tutto pervade e demia, da demos, popolo, la modalità secondo la quale un’epidemia contagiosa si trasmette da un individuo all’altro. Dunque la pandemia è un’epidemia che non trova contrasti e che può indifferentemente contagiare tutti, nessuno escluso. E se non si può parlare di seconda ondata della pandemia, perché in effetti quella attuale è un prolungamento della prima che non hai mai smesso di diffondere il contagio anche se con cariche virali diverse, oggi ci troviamo in una situazione più allarmante del marzo scorso. Al di là del numero di contagi giornalieri e della crescita esponenziale dei morti, come ormai tutti hanno capito, il rischio maggiore è che le strutture sanitarie non riescano e reggere il nuovo impatto con le necessità che aumentano di giorno in giorno di nuovi ricoveri. Le terapie intensive sono già al limite della capienza. Si potrà discutere all’infinito sul fatto che piuttosto che guardarsi l’ombelico e innescare polemiche ideologiche su Mes sì o Mes no, per questioni di opportunità tattico-politiche, ora ci si trova in questa nuova drammatica situazione che non lascia presagire nulla di buono. In compenso proprio a causa della saturazione delle terapie intensive per gli anziani si avvicina di nuovo il rischio di essere abbandonati a sé stessi, lasciati morire senza alcuna cura per la legge che regola gli interventi sanitari in tempo di guerra. La hanno già adottata in Svizzera e nei mesi scorsi anche in alcuni ospedali della Lombardia e del Veneto: over 65 che soffrono di altre patologie e con poche prospettive di vita vengono lasciati morire per concentrare le forze su chi invece è più giovane e ha più chance di vita. E’ orribile il solo fatto che la vita, l’esistenza sia sottoposta ad un “esame” esterno che ne può sancire la continuazione o meno solo in base a criteri di opportunità legata alla organizzazione sanitaria, ma è ancora più orribile che con una nonchalance disarmante c’è chi ora dica che sì, è responsabile – con il senno di poi – della sottovalutazione del livello di contagio della pandemia, ma che in tutta Europa è così e che, in fondo, non ci si può fare niente. Con il risultato che gli italiani hanno subito una doppia beffa, a quella del lockdown che ha limitato molte libertà individuali costringendoli alla clausura, che pure aveva prodotto qualche risultato a costo di quel grande sacrificio, ora si trovano a dover di nuovo affrontare nuove e più gravose rinunce in nome della salute pubblica tanto sbandierata come principio costituzionale solo in extrema ratio, quando la situazione è ornai irrimediabile. Abbiamo parlato degli anziani, ma la pandemia non fa sconti a nessuno e ai giovani spetta il compito di gravarsi sulle proprie spalle di gran parte del peso delle nuove limitazioni. Con la solita nonchalance di cui sopra, i nuovi Dpcm in materia limitano le attività di palestre e piscine, ma soprattutto delle attività culturali, cinema e teatro, musica come a concepire l’esistenza senza alcuna altra possibilità che la produttività e il denaro. Per altri versi è come se fossimo tornati all’antico e immarcescibile criterio che “con la cultura non si mangia”. Cultura buona solo come imbellettamento delle esistenze che invece devono essere condotte in base ai criteri del denaro e del dio Pil. Il cosiddetto tempo creativo che alimenta e ri/motiva il nostro stare al mondo, non è preso in considerazione, prevale la concezione fordista della catena di montaggio della produttività anche a costo di morire di demotivazioni e di depressioni. Ma che importa se – come in molti avevano predetto – i trasporti sarebbero stati i maggiori veicoli di trasmissione del virus, se il mondo della scuola poco può se una volta terminato l’orario scolastico, bambini e ragazzi si strappano le mascherine dal volto per continuare liberi a giocare e a divertirsi. L’importante ora è dire: sì, è vero, potevamo fare di più.

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