Dopo il cammino sino a Santiago de Compostela, Beatrice Masci ritrova “La strada scomparsa” con un nuovo libro di racconti e poesie

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PERUGIA – Camminare non è solo una modalità per muoversi da un punto all’altro, camminare è anche opportunità per scoprire lentamente, con i tempi che più si addicono al nostro essere enti viventi, il divenire del paesaggio e con esso il proprio divenire. In altre parole calarsi in se stessi e scoprirsi fragili in alcune circostanze, come nell’eterna lotta contro il gonfiore inesorabile dei piedi piagati, e forti nella volontà di non fermarsi, più forti nell’affrontare dubbi e circostanze per continuare nell’impresa iniziata che va comunque conclusa. Beatrice Masci, gentile collega giornalista con cui ho condiviso varie fasi della sofferta crisi della carta stampata, scrittrice che si è scoperta come tale quando si passano gli anta e si affronta la vita con maggiore consapevolezza e maturità, si invaghì qualche anno fa di un cammino che, iniziato nell’intimità sui tanti perché che costellano l’esistenza proprio in quella specifica fase della vita in cui tutti ci sentiamo in dovere di trovare delle risposte o comunque delle motivazioni, scaturì nell’adesione ad un’idea che da sempre la solleticava: compiere l’intero cammino con i propri piedi sino a Santiago de Compostela, percorso da sempre foriero di arricchimenti spirituali e umani. Armata di un’irresistibile ironia, ne nacque una narrazione che si articolava in episodi spesso esilaranti, più spesso introspettivi e ricchi di riferimenti alle risposte che cercava e che si palesavano improvvise. A questo lavoro, dal titolo “In cammino verso Compostela” edito da Montag ne segue ora un altro “La strada scomparsa – non c’è mai un solo modo per andare da un punto x a un punto y” con prefazione di Cristina Rufini e illustrazione di copertina di Monia Miliacca e Alessio Rinaldi, mamma e figlio, artisti dal segno iconico. Sono sempre stato convinto che l’ironia sia una dote che non molti posseggono, magari perché si prendono troppo sul serio e che allo stesso tempo sia una forma di intelligenza con cui si alleggeriscono fatti e circostanze altrimenti insopportabili. L’ironia induce al sorriso, crea empatia, riduce alla vivibilità anche fatti pesanti. Beh, Beatrice è dotata di un grande senso dell’ironia che ha già dimostrato nella sua opera prima e che a ben vedere ora si trasforma in leggerezza. La stessa leggerezza che usa per narrare piccole storie di fantasia che seguono un indirizzo narratologico denso di umanità. Forse Beatrice in questo suo secondo lavoro intende indicarci che al di là dell’apparenza c’è sempre un filo che intreccia le nostre esistenze e che a volte si ingarbuglia, ma che alla fine come in un labirinto da cui improvvisamente si esce, ci rivela la salvezza o comunque un’illuminazione che apre una nuova porta sulla realtà. O forse l’ironia qui si interseca con un forte ethos, un senso etico che dona significato alle circostanze e ai fatti. Sta di fatto che la serie di piccole storie che articolano il libro sembrano scaturire da tanti spaccati rubati alla realtà, immagini tradotte in scrittura che improvvisamente aprono squarci luminosi, intuizioni che riecheggiano sintesi estreme di vicende che avvolgono – ed è questa la vera chiave di lettura – la sfera emozionale-affettiva del lettore. Lo stile usato da Beatrice Masci è diretto, ma si amplia in una sorta di surrealismo che echeggia un certo realismo magico sudamericano in una sintesi tra Garcia Marquez e Dino Buzzati. Quelli di Beatrice sono piccoli sogni, viaggi onirici in cui vicende spesso tristi incontrano la leggerezza impalpabile della poesia. Non a caso l’autrice ha scelto di introdurre la lettura delle piccole storie da lei narrate con versi che spesso toccano l’immediatezza degli haiku giapponesi nella condensazione di intense esperienze.

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