Una montagna di cemento sommerge Ponte San Giovanni, JunkSpace contemporaneo

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PERUGIA – Trecento appartamenti (in realtà più di 300), di circa 100 metri quadri ciascuno, di altezza di 2,70 m (ipotetici, per fare una stima) significa oltre 80.000 metri cubi di territorio occupato.

Questa montagna di cemento la potete trovare, abbandonata, nella popolosa frazione di Ponte San Giovanni, alle pendici di Perugia. Mega speculazione edilizia fra le tante che hanno funestato il territorio perugino, fu bloccata nel 2011 per presunte infiltrazioni mafiose; l’azienda costruttrice in seguito fallì, nessuno ha trovato conveniente subentrare e ora, da quasi un decennio, questi 80.000 metri cubi guardano silenti il traffico che scorre frettoloso per la strada adiacente. Edifici orbi di porte e finestre; terrazzi non finiti e senza ringhiere; ponteggi ai piedi di questi imponenti palazzoni, tutti in fila, resti di materiali edili; all’interno, allungando l’occhio, si vede qualche graffito.

 

 

Le auto scorrono, in fretta, per andare al lavoro, tornare dal lavoro, andare al supermercato, portare i bimbi a scuola, e questo orrore è diventato paesaggio. Non più campagna, né case popolate, o parchi affollati, ma resti di un futuro che non c’è stato, testimonianza, in ogni caso, di un rapporto insano fra Uomo e Territorio. Sembrano giganti marini spiaggiati, mostri dissepolti, con quelle bocche aperte sembrano protestare un’innocenza perduta, o forse mai posseduta.

Uomini e donne avrebbero dovuto abitare lì. E già questa idea non parve bizzarra, a chi consentì l’avvio dei lavori, a fronte del feroce spopolamento del Centro cittadino (dove un appartamento su quattro è vuoto, secondo l’ultima indagine Istat), dell’enorme quantità di appartamenti sfitti, non occupati neppure da studenti universitari, e delle periferie riempite di palazzacci con la grande parte degli spazi invenduti. Perché è finito da qualche decennio il grande flusso migratorio verso Perugia, perché il fabbisogno di case è ampiamente soddisfatto dall’offerta preesistente e il vero problema, oggi, è l’emergenza abitativa popolare, è la possibilità – tanto più con la pandemia in atto e l’impoverimento generalizzato – di pagare gli affitti.

L’edilizia è stata per numerosi decenni una delle colonne portanti dell’economia debole italiana. Bucare montagne per farne cave; costruire strade per portare i materiali edili nelle città; erigere mostruose periferie senza servizi per radunarvi gente senza speranze.

Stiamo parlando di Perugia, ma potremmo ugualmente raccontare moltissime città in Italia, da Nord a Sud.

 

 

Abbiamo lasciato svuotare i centri storici, abbiamo devastato il territorio, abbiamo costruito periferie-dormitori senza identità, e da un po’ stiamo continuando, con una inquietante coazione a ripetere, lasciando le cose a metà, abbandonando le idee iniziali non più sostenibili, non più attuali, non più convenienti. E tutti questi spazi diventano un continuum contemporaneo che non urta neppure più il nostro occhio. Tutto lo spazio, tutto, dal centro storico alle periferie, trasformato in JunkSpace, adottando la definizione dell’architetto olandese Rem Koolhaas:

Noi pensiamo che il Junkspace sia un’aberrazione, una soluzione provvisoria, ma è un errore. Il Junkspace è la realtà. Lo ha elaborato il Ventesimo secolo, e il prossimo secolo ne sarà l’apoteosi.

Claudio Bezzi

 

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