Sarà un capodanno anche senza Gospel per l’Umbria che vuole voltare pagina in fretta su questo 2020

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PERUGIA – il Gospel commuove. Enfatizza ciò che ognuno di noi vorrebbe, supplendo spesso ad un’assenza profonda: una vitalità, un dinamismo e l’articolazione di un dialogo con il divino che affabula e ritma la trascendenza. In fin dei conti un ossimoro che unisce sacro e profano, la terra e il cielo, esalta il movimento coreutico e sincronico e rappresenta l’estremo opposto della contemplazione, dell’ispirazione meditativa e silenziosa. Il Gospel è parola di Dio che riafferma un’intimità con gli uomini e che diventa ritualità condivisa e manifesta che esalta le doti individuali, vocali e ritmiche.

La lunga storia degli Spiritual che alcuni datano agli ultimi decenni del 1700 in concomitanza con l’intensificarsi delle deportazioni degli schiavi dall’Africa occidentale, per passare al Gospel che si afferma intorno agli anni Trenta del secolo scorso anche grazie allo sviluppo dell’industria discografica americana, sino al Blues, prima rurale e poi urbano e a tutti derivati, per passare al soul e a tutte le sue “correnti”, è costellata dall’affermazioni di vere e proprie star della vocalità black. Tanto per fare due nomi, Aretha Franklin e Whitney Houston (forse la voce più bella nel passaggio da un secolo all’altro) provengono dalle cosiddette Chiese eterodosse, una tradizione che negli Usa ancora oggi si rinnova partendo dalla spontanea adesione religiosa di masse di afroamericani. Ma il Gospel, così come il jazz e la totalità della black music, è frutto dell’incontro sincretico tra cultura europea e bianca e cultura africana che ha trovato l’ispirazione più autentica nel dannato stato di minorità in cui gli schiavi erano costretti e che solo nell’aldilà prefiguravano un vero riscatto dalla propria condizione. Una musica dunque che conserva intatta ancora oggi una fortissima connotazione sociale e umana. Da lì tutto parte e tutto in qualche modo finisce per arrivare.

 

 

L’Umbria ha negli ultimi decenni ricoperto un ruolo importante nella diffusione e nella divulgazione del Gospel. Grazie soprattutto a Umbria Jazz che di questa tradizione della black music si è fatta anticipatrice in Italia, affermando una specificità musicale in seguito seguita da molti altri festival e rassegne. Le tre città del jazz che a tutt’oggi formano le articolazioni di Umbria Jazz, Perugia, Orvieto e Terni hanno nel corso degli anni stabilito un paradigma musicale inedito: sulla scia che si è creata sono nati anche cori umbri, come quello nato sulle rive del Trasimeno.  Il Natale atipico che ci apprestiamo a festeggiare, sarò orfano della tradizionale Messa della Pace ad Orvieto che di anno in anno ha dato il benvenuto al voltare pagina sullo scorrere del tempo. Si può essere atei o agnostici e scettici, si può al contrario credere nella manifestazione del divino anche nella musica e soprattutto nella musica religiosa. Rimane il fatto che è difficile resistere alla carica sacra e profana, al dialogo che forma l’innodia popolare degli afroamericani e della loro storica sublimazione della sofferenza verso il cielo. Il Gospel commuove e con la sua assenza ad Orvieto forse quest’anno l’innologia avrà anche un dio da pregare in meno, quello della musica e della black music. Un vuoto che si aggiungerà ai tanti di questo 2020, ma anche una motivazione in più per un arrivederci al 2021.

 

Si ringrazia Umbria Jazz per il video e le immagini

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