I casolari abbandonati: ecco i testimoni di un’era ormai dimenticata

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PERUGIA – Emilio Sereni, nel suo memorabile Il capitalismo nelle campagne (la prima edizione è del 1947, ma ebbe nuova risonanza e ristampe nei primi anni ’70) dedica molte pagine anche all’Umbria, all’enorme miseria all’indomani dell’unificazione, alle terribili condizioni della mezzadria – particolarmente atroce nella nostra regione – e al successivo spopolamento delle campagne, un vero e proprio esodo di generazioni disperate emigrate in America (fine ‘800, primi del ‘900), nelle miniere del Nord Europa (in tutto il ‘900, fino agli anni ’70 di quel secolo), o dove si stavano espandendo le iniziative industriali italiane (Milano e Torino soprattutto, con il grande esodo del secondo dopoguerra), o infine, in anni più recenti, semplicemente ricollocandosi in città (fino agli anni ’60 e ’70 circa).

In particolare nel secondo dopoguerra accadono alcune cose decisive per le sorti delle campagne umbre: il boom economico, che rende desiderabile il lavoro in fabbrica rispetto al faticoso e gramo lavoro agricolo, e la scolarizzazione di massa che crea una frattura nuova e inattesa fra una generazione, più giovane, minimamente istruita, e le precedenti analfabete. Questi giovani umbri degli anni ’50, ’60 e ’70 del secolo scorso non potevano avere dubbi: la città era vicina, il lavoro (semmai poco qualificato) c’era e garantiva un reddito, il salto sociale, reale o apparente, era desiderabile. Così migliaia di giovani hanno lasciato i vecchi ad accudire i pochi animali nella stalla, a faticare nella trebbiatura fatta con mezzi primitivi, impastati di sudore e pula, a bersi il vino acido, e si sono sistemati nei centri abitati, nel capoluogo. Per dare ancora una mano durante la vendemmia, forse, impiegare le ferie durante la sarchiatura, ma ormai consumando una frattura sociale e culturale, prima ancora che economica.

Questi giovani, poi, sono invecchiati in città crescendo lì i loro figli, salutando i vecchi che si accomiatavano, e abbandonando poderi diseconomici, scomodi, che oggettivamente non potevano essere affittati, né venduti e semplicemente restavano, abbandonati, forse ancora con qualche vago progetto di ritorno, o recupero, nella prima generazione, ma certamente ignorati dai nipoti, che non potevano più condividere alcun ricordo con quei luoghi coi quali non si aveva in comune alcun legame affettivo.

Le nostre campagne sono punteggiate da una miriade di casolari, non sempre fatiscenti, che restano muti, al nostro passaggio, a testimoniare un’epoca completamente dimenticata. Alcuni sono prossimi ad essere fagocitati dalle periferie urbane, altri dominano da splendidi colli, oppure si stagliano in pianure interne, lontani dalle strade più trafficate.

Entrando in alcune di queste case rurali troviamo un certo ordine. Stranamente non sono devastate da graffiti o bivacchi, e testimoniano un abbandono che pare ordinato; negli stalletti, nei piccoli magazzini tradizionalmente situati, nelle case umbre, al piano terra, si trova a volte un cesto di vimini, un vecchio attrezzo o dei fiaschi lasciati, in ordine, come sperando in un futuro recupero. Gli ultimi residenti se ne sono andati intrisi di una malinconia palpabile, che non voleva dare un taglio netto e definitivo coi luoghi dove più vite, e più storie, si erano succedute.

Questi casolari formano una sorta di museo antropologico diffuso. Molti sono facilmente restaurabili e sarebbe davvero encomiabile un progetto volto al recupero di questa memoria. Gli umbri del 2021 non sono più quelli del 1950, del 1960; gli umbri del 2021 assomigliano assai più ai lombardi, ai tedeschi o ai francesi di quanto possono assomigliare ai loro nonni, ma questa è una ragione in più per il recupero della nostra memoria. Perché qualunque cosa noi siamo oggi, saremo sempre e comunque coloro che ci hanno preceduti.

Claudio Bezzi

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