Borgogiglione, l’impatto ambientale e quello emotivo

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter

PERUGIA – Permettete al vostro cronista di essere più colloquiale, per suscitarvi immagini più emozionali. Almeno all’inizio di questo pezzo, poi cercheremo di tornare al sano distacco razionalistico, con dati e proposte. Succede quindi che il vostro cronista, approfittando di un’ultima giornata “gialla”, si allontani dal capoluogo in cerca di spunti e immagini per un prossimo focus qui su VivoUmbria. E che, seguendo l’istinto, si intrufoli in strade e stradine sconosciute, in campagna, abbandonando il tratto che da Mantignana (Corciano) arriva fino a Castel Rigone (Passignano).

La stradina imboccata fa qualche curva, c’è un dosso e, appena superatolo, una distesa di plastica verde (o qualcosa che sembra plastica verde), con nugoli di gabbiani volteggianti, si palesa improvvisamente con uno schiaffo visivo traumatico. È la discarica di rifiuti speciali (ma “non tossici”, rassicura un cartello) di Borgogiglione, nel comune di Magione.

Un’enorme distesa verde, racchiusa da una barriera che lascia intravedere macchine di movimentazione dei materiali che competono, con il loro suono meccanico, con lo stridio di centinaia, migliaia di gabbiani che volano in ampi stormi, a volte alzandosi all’improvviso, a volte tracciando curve sinuose nel cielo invernale. Nella zona non passa nessuno, solo continua il moto delle macchine al lavoro e il volo degli uccelli. L’impatto emotivo è stato fortissimo, anche perché inaspettato. Avrei dovuto sapere che c’era lì una discarica? Forse sì, certo, ma chi scrive è un umbro di adozione, con trascorsi da girovago e, per farla breve, no, non lo sapeva.

Come per ogni discarica, ovviamente, anche attorno a questa c’è la giusta dose di polemiche; dal lato di chi protesta, temendo per la salute, si può facilmente consultare il loro sito, zeppo di notizie: https://osservatorioborgogiglione.it/. Per quanto riguarda le risposte istituzionali fa testo la Regione dell’Umbria, che ha più volte risposto, cercando di rassicurare, alle varie istanze.

Adesso facciamo un passo indietro rispetto all’emotività, e cerchiamo di ragionare razionalmente.

La produzione di rifiuti (in generale, di qualunque tipo) è diventata stratosferica. Una recente ricerca pubblicata su Nature segnala che nel 2020 l’umanità ha prodotto per la prima volta una quantità di materiali e oggetti superiori, in peso, a tutti gli esseri viventi del pianeta, animali, piante e naturalmente la nostra specie. Un trend ovviamente in crescita di cose destinate a un rapido consumo, alla sostituzione, all’ingloriosa fine in discarica. Dando un’occhiata alle statistiche di Eurostat possiamo dividere facilmente i 2.500 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti in Europa (dati 2010, difficilmente abbiamo migliorato) per i 505 milioni di abitanti, per scoprire che ogni europeo produce circa 14 chili di rifiuti al giorno (industriali inclusi, che non produciamo materialmente a casa ma dei cui processi industriali usufruiamo come cittadini e consumatori). Secondo il Rapporto Ispra 2013 il 36% di questi rifiuti viene smaltito in discarica (con ovvie variazioni fra paese e paese, con una classifica che non vede neppure l’Italia fra le posizioni peggiori).

Dove mettere tutti i rifiuti? Cosa farne?

In attesa di una futura società virtuosissima che sappia semplicemente evitare i rifiuti, riciclando tutto (la vedranno forse i nostri nipoti), adesso cerchiamo posti nascosti fra le colline meno frequentate, facciamo un buco e mettiamo tutto lì, con parziali e costosi interventi di bonifica, piantumazione e poco altro.

A fine dicembre 2020 un ennesimo incontro fra Regione e ambientalisti ha discusso anche di Borgogiglione. La società che gestisce la discarica avrebbe presentato un progetto di bioraffineria per produrre metano liquido, e questa è sicuramente una buona cosa, ma si rileva che, rispetto a tale progetto, la Regione ha “ritenuto che non determina impatti ambientali significativi e negativi…” e disposto conseguentemente l’esclusione dalla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale del Progetto (riportiamo dalla cronaca del Messaggero del 22 dicembre 2020), e questa non è una buona cosa.

Si può comprendere che nessuno voglia, vicino a casa, impianti, raffinerie, discariche e altre opere oggettivamente inquinanti (è la cosiddetta “sindrome Nimby”, acronimo di Not In My Back Yard, ovvero: non vicino a casa mia), e l’interesse generale, che deve essere prevalente, impone la realizzazione di opere indispensabili anche contro la volontà di pochi cittadini. Questo lo possiamo capire, razionalmente, ma a patto che si rispettino due semplici regole: la prima è appunto la valutazione. Di impatto ambientale, certo, ma anche di impatto economico e sociale. Una valutazione terza, seria, rigorosa, che nulla conceda agli interessi dei privati, alle esigenze dei politici e nemmeno alle pressioni delle popolazioni locali; queste valutazioni si possono fare, ci sono le tecniche e le capacità, e rappresentano sia uno strumento di prevenzione (non danneggiare) sia di governance (rassicurare). La seconda condizione è la trasparenza, che viene potentemente aiutata da una buona valutazione realizzata in maniera partecipativa. Trasparenza negli atti amministrativi, nell’implementazione delle tecnologie, nella programmazione di un territorio.

Disturba, permettete questa conclusione, che in un momento particolare del nostro sviluppo tecnologico, con l’aumento esponenziale della sensibilità sui temi ambientali, e con la facilità con la quale corre l’informazione su Internet, disturba che il confronto fra i decisori, la popolazione e i corpi intermedi che implementano le decisioni dei primi, non si voglia realizzare quel rapporto virtuoso di collaborazione, informazione, co-progettazione e valutazione che oggi consentirebbero una governance meno conflittuale e più consapevole.

Ma ‘governance’ è parola inglese, e in Italia non ci piace molto metterla in pratica con serietà.

 

Claudio Bezzi

Articoli correlati

Commenti