Il buio della Lancia di Luce, simbolo che racchiude i tratti identitari di Terni, spacca la città

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TERNI – Ormai da due anni durante le festività natalizie, il Comune di Terni crea delle video-proiezioni sulle facciate di alcuni edifici cittadini. Per la prima volta, lo scorso Natale, queste proiezioni natalizie hanno riguardato anche la Lancia di Luce, l’opera di Arnaldo Pomodoro situata all’incrocio fra Corso del Popolo e Ponte Romano, all’ingresso della città. Sull’Obelisco, una volta spenta l’illuminazione consueta, sono state proiettate delle stelline che se nell’intenzione volevano essere coerenti con il tema festivo, di fatto hanno lasciato l’opera – che è una celebrazione della luce – al buio, proprio nel suo venticinquesimo anniversario.

In risposta, è stata immediatamente lanciata una raccolta firme per ripristinare l’illuminazione originaria che è parte integrante dell’opera. I promotori sono stati due persone strettamente legate alla storia della Lancia di Luce: Giorgio Finocchio, figlio di Mario, il mastro fonditore sotto la cui direzione è stato realizzato l’Obelisco, e sua moglie, Francesca Capitani. La petizione ha raccolto circa 500 adesioni consegnate al sindaco Latini lo scorso 23 dicembre. E mentre lo stesso Arnaldo Pomodoro ha bocciato la scelta dell’Amministrazione, da Palazzo Spada non è mai giunta risposta. “Siamo consapevoli che, a fronte dei problemi che ogni giorno la città deve affrontare, il ripristino dell’illuminazione non è certo una priorità”. Si legge nella lettera indirizzata al sindaco. “È altresì certo, che la stessa opera ha, per tutti i cittadini ternani e non solo, un’alta valenza culturale, simbolica e identitaria. Racchiusa in essa c’è la storia stessa del Novecento ternano, una storia di successi, di fatiche, di lavoro, di speranze”.

La petizione ha avuto grande eco sui social e sui media e la questione ha spaccato in due la città. Da un lato i sostenitori della petizione, dall’altro quanti hanno invece sostenuto l’Amministrazione che fino al 6 gennaio è stata fedele alla propria linea. La questione che è emersa profondamente però è stata un’altra: molti hanno dimostrato di ignorare la storia che racconta e simboleggia quest’opera imponente. Fu il Presidente Sandro Pertini a lanciare l’idea. Quando nel 1984 visitò le Acciaierie in occasione del centenario, rimase molto colpito dalle eccellenze dell’Azienda e propose di realizzare un’opera in omaggio alle cose straordinarie che Terni sapeva fare. In quel periodo, a Firenze, il maestro Arnaldo Pomodoro aveva in corso un’importante mostra al Forte di Belvedere. L’allora sindaco Giacomo Porrazzini e l’assessore provinciale Walter Mazzilli, vi fecero visita e presero contatti con l’artista che accettò di realizzare l’opera ma sollevò anche delle perplessità. L’acciaio non è mai stato il metallo scelto dal maestro e nella lavorazione presenta delle difficoltà dovute al restringimento una volta freddatosi. Ed è qui che si inserisce l’altra figura fondamentale per la realizzazione di un’opera tanto ambiziosa quanto complessa: Mario Finocchio, il tecnico e mastro fonditore che passo dopo passo ne seguirà il processo realizzativo e che ha concretizzato il sogno di luce dell’artista. “Ho voluto costruirlo in acciaio, contrariamente a tutte le sculture di Arnaldo Pomodoro realizzate in bronzo. L’acciaio il metallo di Terni era per me il materiale più adatto a rappresentare il significato dell’opera”. Scriveva ne “La storia industriale di Terni. Chi l’ha letta e chi l’ha vissuta” pubblicato da Federmanager nel 2011.

Mario Finocchio è stato un dirigente dichiaratamente di sinistra in un’importante azienda pubblica. Gli assegnarono la fonderia che come racconta il figlio “era un reparto particolare, dove mandavano gli operai quasi come una punizione.” Nel 1986 chiusero il reparto per esigenze di redistribuzione della produzione nonostante non fosse in perdita. Mario Finocchio andò quindi a lavorare in giro per il mondo ma continuò sempre a seguire i lavori della Lancia di Luce fino alla sua inaugurazione.

“Molti ternani vogliono bene alla Lancia di Luce” racconta il figlio Giorgio. La Lancia di Luce è il simbolo del legame indissolubile di Terni con la sua industria che ne ha strutturato l’identità. “Un’opera dove si sono incrociate tante storie perché ogni ternano ha nella propria famiglia almeno un parente che ha lavorato all’Acciaieria. La Lancia di Luce rappresenta il lavoro di generazioni di operai, modellisti, saldatori e fonditori”.

L’opera è composta da quattro parti sovrapposte di colori diversi, ognuna con un preciso significato. La base, dove l’acciaio sembra arrugginito, rappresenta l’antico, le origini di Terni; il secondo e il terzo elemento in acciaio inox che appare corroso e squarciato, incarnano il presente mentre l’ultima parte che sfida il cielo, perfettamente pulita e luminosa, è il futuro.

L’Obelisco, a base triangolare con lati di 5 metri, è la scultura più grande al mondo interamente realizzata in acciaio fuso. Ha un’altezza di 30 metri per un peso di 90 tonnellate. Si compone di 27 parti fuse e 483 componenti saldati. I tecnici e gli operai ternani non erano spaventati dalle cose grandi e per dieci anni, dal 1985 al 1995, ci dedicarono 6.000 ore di lavoro. Essendo l’acciaio suscettibile alle variazioni di temperatura, la Lancia di Luce tra le giornate più fredde e quelle più calde si accorcia e si allunga di circa sei centimetri. Al suo interno l’Obelisco è vuoto – sarebbe infatti stato impossibile realizzare e movimentare una scultura in acciaio pieno – ma custodisce una scala per la manutenzione. Le Acciaierie finanziarono i materiali. Il lavoro di Pomodoro, di Finocchio e di tutti gli operai venne reso a titolo gratuito.

Quello che si prevedeva come un allestimento impegnativo di quattro giorni con relativa chiusura al traffico delle zone interessate, si risolse in neanche quattro ore. Le sezioni, partite dalla Somen di Narni dove erano state rifinite, furono montate in una mattinata. La Lancia di Luce, la cui costruzione partì con l’amministrazione Porrazzini di centro-sinistra nel 1985 si concluse dieci anni dopo, nel dicembre 1995, con l’amministrazione Ciaurro di centro-destra.

Tra l’artista romagnolo Arnaldo Pomodoro e il mastro fonditore ternano Mario Finocchio si creò un rapporto molto stretto fin da subito. Coetanei, entrambi uomini che si sono fatti da soli e che lavorando, hanno imparato e si sono appassionati alla propria arte. La stima e l’affetto reciproci sono documentati anche da un carteggio oggi in possesso di Giorgio Finocchio.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Sara Costanzi

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