Valorizzare i piccoli musei dei borghi umbri per la nostra identità pensando al turista

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La nostra consueta riflessione della domenica torna sulla notizia che abbiamo dato nei giorni scorsi dei due milioni di euro destinati al bando ministeriale per i cosiddetti piccoli musei. Rinfrancata dalle dichiarazioni rilasciate a Il Sole 24 Ore il 27 gennaio scorso da Alberto Garlandini presidente dell’Icom. L’Internatonal Council of Museum è di fatto l’unica organizzazione internazionale che rappresenta i musei e i professionisti che ci lavorano. In Umbria ne sono soci La Galleria Nazionale, la Fondazione Ranieri Sorbello, la Regione Umbria- Servizio Beni Culturali e la Fondazione Lungarotti.

Bene: la considerazione a cui facciamo riferimento è semplice quanto potenzialmente innovativa, soprattutto per noi che di piccoli musei e di borghi siamo dotati. Per Alberto Garlandini la sfida del Covid-19 ha insita una grande opportunità: quella di rifocalizzare le risorse sulle piccole comunità. Nel caso specifico Galardini individua, in moltissimi casi, una carenza sostanziale: “i musei cittadini, quelli dei borghi, non sono nati per attrarre turisti, ma come frutto dell’orgoglio cittadino, con la volontà di mostrare la storia della città e i suoi tesori e per costruire un futuro migliore“.

Partendo da questa considerazione, nascono davvero molti stimoli su cui riflettere. In sostanza mettere in vetrina non il cimelio di famiglia, pur importante in sé, ma il cimelio di famiglia inserito in un contesto allargato, con approfondimenti magari che comportino il coinvolgimento di scuole, storici, studiosi del territorio sintetizzati e soprattutto proposti in maniera innovativa, facendo uso delle nuove tecnologie digitali che nel campo audio-visivo potrebbero essere di notevole supporto e di grande impatto. Senza contare quello che potrebbero dare in fase di storytelling. E di storie, un borgo, ne ha da raccontare.

Le risorse? Vero: gli enti hanno altre esigenze da soddisfare e i 2 milioni che il MiBACT mette a disposizione solo un bicchiere, se non una goccia, nel mare. Però, se la proposta è ben fatta, interessante come progetto, magari le risorse all’interno di una comunità si possono trovare. A partire dalle Pro Loco per arrivare, magari, al singolo imprenditore-mecenate  a un consorzio di realtà produttive umbre. Del resto da un lato avremmo preservato e potenziato l’orgoglio per la memoria del borgo, dall’altra sviluppato la capacità-volontà di mostrarla agli altri. A tutto vantaggio della comunità e del turista di turno.

Del resto Alberto Garlandini ha parlato chiaro: “La riduzione dei flussi internazionali ha messo in atto un ripensamento delle mostre – afferma  – che saranno maggiormente legate alle collezioni nazionali e meno dipendenti da costosi e frequenti prestiti da musei stranieri. Quello che conterà davvero saranno le ‘nostre’ storie e la ricerca di nuovi strumenti per veicolarle e proporle al pubblico. Le mostre concepite durante i mesi del Covid dovranno innovare le forme di narrazione mettendo al centro le persone, siamo tutti transeunti, ma la nostra storia è fatta di persone ed è questa che dovrà essere valorizzata”.

Un’opportunità. Di questi tempi non è poco.

In copertina il Museo dell’Ovo Pinto che aderisce all’Associazione Nazionale Piccoli Musei 

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