MiBACT, un Ministero per due: basterà?

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A mezzogiorno di oggi avremo l’insediamento ufficiale della squadra di ministri scelti dal duo Mattarella-Draghi. E’ infatti evidente che il dialogo è stato costante e ciò che il nuovo presidente del Consiglio ha deciso è stato posto all’attenzione del presidente della Repubblica. Per quello che ci riguarda più da vicino come Vivo Umbria, abbiamo due ministri al posto di uno. E’ un segnale che cogliamo per la nostra consueta riflessione della settimana che anticipiamo al sabato, vista l’occasione.

Vogliamo leggerla in positivo. Pragmatismo è il sostantivo maggiormente utilizzato per connotare Mario Draghi. Il termine (πρᾶγμα “azione”) fa riferimento al movimento filosofico che nell’azione e nella sua realizzazione trova il fine dell’esercizio mentale o scientifico che sia. Trovò negli Usa il suo laboratorio privilegiato nel secolo scorso per poi approdare nel Vecchio Continente. Ora, aver tolto la T da MiBACT significa che concretamente si dà al turismo specifica connotazione ministeriale. Con annessi specifici ruoli direttivi e risorse economiche qui indirizzate specificatamente. L’azienda italiana più fiorente e meno sfruttata avrà, dunque, la giusta e essenziale considerazione da questo nuovo governo. Finalmente. Non a caso Draghi ha scelto per il nuovo dicastero  Massimo Garavaglia laureato in Economia e Commercio con specializzazione in Finanza aziendale all’Università Commerciale “Luigi Bocconi”. In quota alla Lega Nord, a lui spetterà dare un indirizzo concreto e mirato alle risorse europee per risanare un comparto che ha ricevuto il più devastante cazzotto dal dopoguerra, tale da metterlo Ko.

A lui la “T”, a Dario Franceschi le restanti lettere:”MiBAC“: beni e attività culturali.  Anche su questo fronte, pare di capire, si potranno  concentrare risorse da indirizzare altrettanto specificatamente.

La condotta del ministro Franceschini nel Conte Bis, a nostro avviso, è stata una continua rincorsa a benefit per lenire le grida di dolore che qua e là arrivano da una voce peraltro inascoltata da tutti i governanti passati. Nel momento in cui Conte, bontà sua, si è ricordato di quelli che ci fanno “tanto divertire” senza che Franceschini minacciasse dimissioni o se ne andasse addirittura, si è compreso come sarebbe finita. Si è aggrappato, il ministro mal sopportato dai colleghi per l’incarico gaudente che aveva rispetto ai “veri” problemi del Paese, al virtuale, vaneggiando la Netflix della cultura, Musei che promuovevano le loro mirabilie utilizzando mirabolanti nuove tecnologie. Teatri improvvisati nelle case. Letture di classici da attori di grido. Musicisti in formato webinar. E la voce cultura si è progressivamente zittita. Consapevole che nulla, neanche stavolta, avrebbe potuto. Per sua stessa natura, in parte. Complessa nella gestione e nel gestirsi, è scesa in piazza disarmata. Inascoltata. Senza pubblico.

La conduzione Franceschini ottima sotto il profilo politico visto che gli equilibrismi in Consiglio dei ministri alla fine lo hanno portato alla riconferma, ha difettato in maniera evidente di senso pratico e di prospettiva. Perché da un lato lo spettacolo dal vivo, zittito, ha fame. Dall’altro è senza speranza. Perché i lavoratori che sono migliaia mancano di diritti pur dovuti per ciò che fanno, ma non ci sono mai state leggi adeguate e tali da evidenziarlo.

Intendiamoci, non è che Franceschini avesse un compito facile vista la considerazione che aveva il suo Ministero, e là dove ha potuto ha raccattato soldi aumentando il plafond. Certo è che qualche atto coraggioso in più ce lo aspettavamo, indirizzato da subito verso una visione più ampia anche normativa e articolata nella gestione “geopolitica” entro i confini delle zone a colori che in realtà è sfociata tutta con la concessione (a proposito, grazie, ministro Speranza), dell’apertura dei musei nei giorni feriali in zona gialla e in qualche audizione dei sindacati rappresentati l’arte.

Lockdown di ritorno, varianti del virus, carenza di vaccini, sanità al collasso hanno finito per completare l’opera di silenziamento. Tant’è che la cosa più disarmante è la consapevolezza che l’arte, ora più che mai, ha sempre meno pubblico, ovvero pubblica opinione, cui rivolgersi.

Di Franceschini si parla come probabile candidato al Quirinale. Non sappiamo se augurarcelo o meno, di certo, nel frattempo, ci aspettiamo che stavolta, visto il pragmatismo che dovrà connotare questo governo, anche lui sappia adeguarsi, e presto, alla bisogna. Perché se Sanremo si fa, è certo che si sarebbero potute fare, volendo e potendo, pure altre cose.

Già, ma Sanremo è Sanremo!

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