Lo chef Michele Radicchia: “Vogliamo riaprire a pranzo e a cena”

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PERUGIA – Una protesta pacifica, quasi silenziosa, ma efficace quella attuata martedì 23 febbraio, davanti Palazzo Cesaroni, mentre era in corso il consiglio regionale, da Michele Radicchia, chef in un ristorante di Corso Garibaldi, a Perugia: con la sua divisa e un cartello in mano con scritto #esistiamo ha voluto riportare l’attenzione su un settore, quello della ristorazione, colpito dagli effetti della pandemia. Un settore che oggi si nutre di asporto, ma che, nonostante ciò, rischia di perdere la sua funzione di luogo delle tradizioni culinarie e vetrina dei prodotti dell’eccellenza umbra. Le richieste dello chef Radicchia, che ha detto di parlare “a nome di tutti i cuochi dimenticati” riguardano non solo la possibilità di lavorare in sicurezza, ma anche quella di ricevere un sostegno economico, perché la cassa integrazione, “quando arriva – ha sostenuto – non è sufficiente per una famiglia”.
Radicchia, nello specifico, ha chiesto “sovvenzioni utili sia alle aziende per cui lavoriamo, sia a noi dipendenti, perché la cassa integrazione arriva male, in ritardo ed è poca. Basti pensare che dal lockdown a oggi, io ho ricevuto 2.300 euro di cassa integrazione. Noi vogliamo che i ristoranti possano riaprire a pranzo e a cena, mettendo in campo tutte quelle misure anti contagio che ci erano state giustamente imposte inizialmente e su cui i ristoratori avevano investito e speso dei soldi. I ristoranti sono luoghi sicuri, sanificati e a norma con tutte le disposizioni richieste. Sono luoghi che danno una tracciabilità delle persone in transito ed evitano che la gente possa riunirsi, clandestinamente, in case o scantinati”.

Lo stesso Radicchia aveva scritto, nei giorni scorsi, al presidente del Consiglio regionale, Marco Squarta sottolineando quanto “il momento storico non è dei migliori, sappiamo e conosciamo molto bene l’allerta pandemica per cui siamo stati chiamati a fare la nostra parte, o in molti casi non fare la nostra parte. Faccio parte di quei cittadini, che deve lavorare per poter vivere, e che spesso cerca di andare oltre la propria cognizione fisica e salutare per assicurare un servizio ineccepibile e far sorridere tutti coloro che intenzionalmente decidono di spendere i loro soldi, magari anche rinunciando ad altro. Adesso siamo chiamati a restare in disparte, a fare “meno”, a contingentare il nostro lavoro e cercare di tenere quello che era il nostro motore (il cliente) lontano dal nostro spazio. Mi trovo pienamente in accordo, ognuno deve fare la propria parte nella società, ma la deve fare veramente. Ci avete detto di fare l’asporto, secondo me un subdolo escamotage, dato che ci sono diverse categorie di ristoranti e determinate cucine con una storia e con una materia prima eccelsa, che non possono essere racchiuse dentro ad un contenitore di carta, non possiamo racchiudere il nostro sapere in una scatola asettica, il ristorante è un’esperienza, non un rettangolo di alluminio, senza contare che una manciata di asporti non fanno nemmeno arrivare “a paro” un ristorante con una filosofia qualitativa dietro. Restiamo chiusi, dobbiamo farlo, facciamo parte del meccanismo, non pretendiamo di essere la causa, ma una delle soluzioni per un’economia sana.

Come tantissime altre persone, al momento, non lavoro, sono in cassa integrazione, e dovrei ringraziare per questo aiuto straordinario che è stato aperto a tutti. Lo farei volentieri, se non che sono mesi che io, come tanti miei colleghi, stiamo aspettando questi soldi ed intanto le bollette, gli affitti, il mutuo, le rate continuano ad arrivare, ma la cassa integrazione no. Non vogliamo speculare sui soldi, non chiediamo aiuti sovrumani, ma il minimo che ci possa aiutare a campare e pagare, non i nostri vizi e surplus, ma la nostra vita basica, fatta di normalità”.

Gaia Nicchi

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