Una città “altra” abbandonata dei colori del suk pubblicitario, segno della decadenza creata dalla pandemia

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PERUGIA – I colori, lo scintillìo, la seduzione della pubblicità sono gli elementi costitutivi dell’industria della persuasione: sirene ammalianti che strizzano l’occhio al pubblico maschile, il fashion che imperversa e che seduce quello femminile. Poi prodotti di ogni tipo che devono indurre all’acquisto, perché consumare bene o male è uno dei fondamentali paradigmi antropologici e sociali del nostro vivere.

Un suk svafillante ci accompagna in ogni dove nelle strade cittadine, composto di innumerevoli messaggi, allusioni, proposte che infine finiscono per convincerci ad acquistare, a riporre la nostra fiducia nei colori più attraenti, nelle immagini più seducenti. E l’industria della creazione dei desideri occulti, di quel sistema complesso della creazione di bisogni inesistenti, perpetua se stessa. Un suk, dicevamo, che accompagna le nostre esistenze e le indirizza in qualche modo nella direzione delle scelte, dalle più basiche alle più complesse. Vederne ora decretato il netto ridimensionamento, constatare che quel ricco affastellato sistemico è ridotto al nulla o quasi, notare che gli spazi che prima erano occupati dai colori irresistibili di questo o quel messaggio per indurci all’acquisto, improvvisamente è dominato dallo sfondo metallico grigiastro degli appositi spazi che accolgono di solito i grandi 6 X 3 pubblicitari, è anche il segno più evidente di una decadenza, di un declino, di una rinuncia a trainare un’economia sempre più flebile e malridotta.

E’ stato calcolato che dall’inizio della pandemia ad oggi, è aumentata vorticosamente la tendenza al risparmio delle famiglie italiane, le quali previdenti e terrorizzate hanno smesso di guardare con ottimismo il futuro e accumulano risorse in previsione di tempi peggiori, magari pensando alla prole. Tutto questo crea un quadro desolante che si riflette inevitabilmente anche sull’aspetto della città nell’immediato impatto visivo. Un quadro in cui prevale la netta sensazione di una inevitabile e inarrestabile decadenza densa di significati economici, sociali e sinanche estetici.

 

Testo e fotoservizio di Raffella Fuso

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