Musica in resilienza senza orizzonti: il trio di Yilian Canizares a Visioninmusica

TERNI – Se c’è qualcosa che può metterci definitivamente in pace con il concetto di resilienza, il concerto di ieri sera di Yilian Canizares con il Resilience Trio, può essere questa cosa. In questo periodo pandemico, resilienza è il termine che tutti abbiamo imparato. In tanti ci si riempiono la bocca, anche il Governo. Forse un abuso, un uso non sempre consapevole. Eppure, la resilienza è un concetto bellissimo. Uno di quei termini specialistici – viene dalla metallurgia – che ha colonizzato altri ambiti: è la capacità di resistere agli urti, senza rompersi. Il concerto di ieri sera all’Anfiteatro Fausto, ha avuto molto dell’urto e della rottura ma anche, soprattutto, del ritorno.

Salgono sul palco. Lei cubana, trapiantata in Svizzera, cubano anche il percussionista Inor Sotolongo mentre Childo Tomas, al basso, è del Mozambico. Si annunciano con una dichiarazione poetica che è anche politica, inevitabilmente. Viene mandata una registrazione che parla di razzismo e conclude con there’s just a human race – c’è solo la razza umana. Lei attacca il violino e qui accade qualcosa: questa musica incarna quella rottura e quell’urto di cui sopra. Perché di qualunque musica, di qualunque genere voi siate ascoltatori, qui è tutto nuovo. Non ci sono orizzonti di riferimento che tengano, è difficile trovare definizioni, segue uno spaesamento che è un godimento, perché questo trio ha rimescolato ritmi e riferimenti e lo sta facendo con una visceralità che trascina il pubblico. Si può provare a intuire, a intercettare con l’orecchio le ascendenze di queste sonorità ma il live assorbe, è un’esperienza che fa appello alle origini e alla forza creatrice. Il mix è fortissimo: il violino che esplora i ritmi, il basso che abbonda, le percussioni ricche. Gli abbinamenti strumentali sono rivelatori di una sapienza combinatoria tra jazz, afro-cubano, classico e ritmi caraibici ma la restituzione va molto oltre ogni possibile inferenza. L’exploit quando al terzo pezzo violino e basso fanno un tête-à- tête in ginocchio che è un concentrato di potenza, un corteggiamento musicale che il pubblico apprezza. Seguono due lenti, delicati e al sesto pezzo ritorna l’esplosione del violino che indugia nelle pieghe di sonorità sensuali. A questo punto Canizares, che in pandemia ha imparato l’italiano, ringrazia per la serata meravigliosa e ammette che noi pubblico le siamo mancati. Propongono un ultimo pezzo, nuovissimo: Yemayà, la dea madre del pantheon Yoruba, in omaggio alla Giornata Mondiale degli Oceani. L’ascendenza è caraibica, calma e potente come l’acqua. Salutano, ringraziano e escono ma il pubblico chiede il bis. Tornano sul palco e Canizares racconta che questa canzone ancora non ha un titolo. Canta e poi spiega al pubblico come farlo. Tutti si alzano e lei dirige, con il suo ventaglio rosso. Si canta insieme, e si balla composti “perché il Covid non ci impedirà di ballare.”

Un’esperienza ieri sera che è un ritorno alla forma originaria, dove la forma è l’essenza, che è una conquista. Un inno alla vita, che riprende più forte di prima. Non solo un concerto, ma una celebrazione di tutto quello che la rende unica e indivisibile, oltre ogni arbitraria concettualizzazione umana che la svilisce. Tipo il razzismo.

Sara Costanzi

FOTO: Alberto Bravini

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