Il Festival Kilowatt e la paziente energia per esplorare il teatro contemporaneo

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SANSEPOLCRO – La materia che si trasforma attraverso il corpo dei danzatori, una risata del pubblico per l’intraducibile parola tedesca Kabelsalat – groviglio di cavi elettrici – mentre un attore tenta di districare la matassa, questa è l’energia del teatro contemporaneo in scena a Sansepolcro con la XIX edizione del Kilowatt Festival. La rassegna organizzata da Luca Ricci e ideata con Lucia Franchi si caratterizza sia per la selezione di nuove proposte nel contesto del Bando Visionari che per la presenza di alcune realtà affermate della nuova scena, come Scimone Sframeli o Sotterraneo.

Tra gli spettacoli selezionati dalla giuria popolare dei Visionari c’è Granito del Collettivo Munerude che ha debuttato ieri in prima nazionale al Teatro Dante.

Il gruppo, composto dalle danzatrici Francesca Antonino, Laura Chieffo e Ilaria Quaglia, consegna agli spettatori un percorso nella materia in trasformazione continua che si trasfigura mediante i gesti dei corpi in movimento. La coreografia segue una struttura in sezioni.

Inizialmente i fisici seminudi delle danzatrici sono costretti a terra, mostrano la schiena e i capelli sciolti a coprire il viso, si muovono e si scontrano lentamente come se una gravità pesante le costringesse al suolo. Nella seconda parte si vestono di bianco e le traiettorie motorie tendono a una relazione con l’alto, mentre le luci proiettate sul fondale colpiscono i loro corpi mutandone, ancora una volta, lo stato materico. Infine, ritornano nude e si lasciano andare in un finale intenso e convulso. I lunghi silenzi e gli sguardi continui costruiscono un ponte relazionale con il pubblico, non sempre presente negli spettacoli di danza, che contribuisce ad agganciare lo spettatore e a portarlo nel lavoro della materia in trasformazione.

Di tutt’altro tenore è Atlante linguistico della Pangea di Sotterraneo, un gioco intelligente e sagace sulle parole intraducibili, ovvero quei lemmi che esistono solo nelle lingue d’origine.

L’azione scenica prepara la situazione per il vocabolo che appare su uno schermo, un meccanismo comico e straniante che innesca la reazione divertita della platea. Se il rischio è quello di essere fin troppo didascalici, all’atto pratico il viaggio linguistico ricostruisce, attraverso i termini, l’identità del popolo che li pronuncia.

Dalla Svezia con Tokka – branco di renne – all’Engentar – allontanarsi dal gruppo per godere la solitudine – messicano attraversiamo la Pangea eterogenea del linguaggio alla scoperta di un patrimonio intangibile e delicato. Un tema, questo, assai sensibile se consideriamo la scomparsa delle lingue in favore di una globalizzazione culturale (quindi linguistica) imperante. Il risultato è un ricco affresco di diversità da tutelare per la sua fragilità, come quella donna anziana rimasta la sola a parlare il suo idioma da ormai 15 anni su cui si chiude lo spettacolo.

 

L’edizione intitolata alla “fervida pazienza” di Kilowatt, oggi, è alla sua giornata finale. L’attesa di tornare a teatro, compiuta in questa settimana di festival, non può che rinnovarsi per l’anno successivo con la loro forte consapevolezza che “pazientare è resistere e la resistenza è un atto di speranza”.

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