Il caso Paolo Adinolfi ricostruito nel libro di Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno

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“La scomparsa di Adinolfi” è il titolo di un libro scritto a quattro mani da Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno, due autori che a lungo si sono impegnati nel dare risposte accettabili a numerosi misteri d’Italia frequentando le aule di giustizia. Per chi come me e, al contrario del mio omonimo e illustre collega, Giovanni Bianconi, si è solo marginalmente occupato di vicende giudiziarie nel corso della sua carriera giornalistica, leggere questo libro ha rappresentato anche un momento importante di delucidazione e nuova consapevolezza su una parte fondamentale della recente storia d’Italia: quella del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica – come scrive in prefazione Giovanni Bianconi – dove il Paese fu attraversato da una profonda crisi intrappolato nelle trame più oscure di poteri occulti che – questo è il sospetto – ancora oggi hanno un peso determinante nel decidere le sorti di tutti noi. In effetti da quel 2 luglio 1994, giorno della scomparsa del giudice della Sezione fallimentare del tribunale di Roma, qualcosa sembra cambiato per sempre. A cominciare dalla credibilità e dalla affidabilità dei poteri dello Stato e in particolare di quello che la Costituzione stabilisce come il terzo e autonomo potere, quello giurisdizionale. Dalla lettura della dettagliata ricostruzione del caso Adinolfi, dubbi e di sospetti sorgono mano a mano che pagina dopo pagina la vicenda del magistrato scomparso viene ricomposta. Dapprima isolato e quasi del tutto ignorato dai suoi colleghi, Adinolfi fu definito se non proprio palesemente un tipo un po’ bizzarro, soggetto vittima di una crisi coniugale: fu emarginato sino a far apparire quasi logica la teoria con cui fu chiusa la prima inchiesta sulla sua scomparsa di un allontanamento volontario, come se lo stress la avesse avuta vinta sulla sua psiche. Ma – come detto – man mano che si svelano particolari della sua vicenda si palesa un quadro dove dubbi a cui non è stata data risposta, aumentano. Ergo, sorgono ulteriori interrogativi nel lettore: e se i due anni che dividono la prima inchiesta dall’apertura della seconda, questa volta per omicidio volontario fossero stati utilizzati per far scomparire ogni traccia del coinvolgimento di personaggi poco raccomandabili nella sua scomparsa e se quei due anni di respiro fossero stati il frutto di una precisa strategia della magistratura corrotta per affossare ogni prova? Sono solo dubbi citati dagli autori del libro, un giornalista e un investigatore, che si attengono solo agli atti delle inchieste e alle testimonianze dirette, ma sono momenti che scaturiscono da una riflessione e da una interpretazione inevitabile da quanto i fatti accertati propongono.

 

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