L’immortalità dei big del pop: ologrammi e social li resuscitano

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PERUGIA – C’è un’altra vita – virtuale – anche per chi da big del pop o del mondo dello spettacolo non è più tra noi, ci ha lasciati da tempo, ma ha anche lasciato tracce del proprio passaggio terreno. Tracce indelebili che oggi assumono l’aspetto di documentazioni preziose che contribuiscono ad alimentare il mito che molti hanno più o meno faticosamente costruito quando erano in vita. Questa almeno è la tendenza nuova che sta riaccendendo interesse attorno a big che in fondo non sono mai stati dimenticati e che, come miti, hanno infranto e reimmaginato musica e lifestyle. Il cambio di passo è stato registrato recentemente in occasione dei 50 anni di Imagine, il brano che ancora oggi alimenta i sogni di moltitudini diverse. Scrive Ernesto Assante su Repubblica online che qualcosa sta cambiando nel mondo virtuale e che i colloqui tra George Harrison e John Lennon in merito all’idea di pacifismo hanno assunto toni talmente realistici che pare scaturiscano da vere resurrezioni. E’ una modalità nuova che scaturisce dall’approfondimento di testimonianze e documentazioni finalizzate ad alimentare nuovo interesse intorno ai miti indimenticabili del pop, soprattutto per fini commerciali. Questa second life già da ora è frutto di incassi milionari, un business estremamente redditizio “se si guarda ai 49 milioni di dollari – scrive ancora Assante – guadagnati lo scorso anno da Michael Jackson o ai 23 milioni dell’immortale Elvis Presley, o ai 14 guadagnati da Bob Marley, seguiti da Prince (10 milioni), Freddie Mercury (9 milioni). Lennon nel 2020 di milioni di dollari ne ha guadagnati 13, mentre Harrison 8.5, attraverso ristampe, diritti d’autore, gadget e merchandising, attività online e altro ancora”. Gli account di artisti scomparsi producono ricchezza soltanto con post e tweet formalmente asettici promozionali e firmati da altri, ma – è questa la grande novità – la tendenza è personalizzare al massimo gli interventi e postarli come se gli artisti scomparsi non fossero mai morti, rialimentando miti e curiosità, sogni e ipotesi, congetture e nuove interpretazioni su fatti e misfatti. E’ una tendenza che si basa sulla percezione diffusa che i miti del pop godono ancora oggi di forme di culto tra esperti e appassionati: le tribute band in questo senso ne sono dimostrazione evidente. Ma a differenza della mera e pedissequa riproduzione del già conosciuto delle tribute band che non azzardano a scalfire il mito nella sua manifestazione, sui social e nel mondo virtuale si tenta di rendere dinamica l’idea della “resurrezione”. A tutto questo vanno aggiunte le nuove possibilità tecnologiche che offrono la possibilità di ricostruire anche nell’aspetto visivo i resuscitati. Gli ologrammi più raffinati oggi sono in grado di ricostruire in base ad immagini di archivio intere sessioni di concerti con animazioni in 3D che offrono la sensazione netta di vivere realmente gli eventi e i loro protagonisti. Da qualche anno soprattutto negli Usa, grandi produttori stanno tentando di imporre queste nuove forme di spettacolarizzazione e se non fosse per il fatto che spesso incontrano difficoltà per questioni legate ai diritti di immagine e di autore, probabilmente la possibilità di fruire di “resurrezioni” sarebbero già molto più diffuse. Insomma la vita eterna delle star scomparse è già realtà, ma numerosi sono ancora i tabù che ne impediscono un più vistoso successo. A partire da chi di un concerto vorrebbe fruire dell’ “anima” fatta di afrori e sudori di chi la musica la esegue live. E da chi non è entusiasta dell’invasione di campo rispetto a chi da sempre è addetto a dare un senso alla morte e alla vita ultraterrena. Ma chissà? Forse anche quella della “resurrezione” è manifestazione annettibile alla nuova frontiera della postmodernità e di una nuova interessante forma di spettacolo che è altro da quello che sinora abbiamo conosciuto. Forse gli sconcertati avranno modo di ricredersi e condividere i principi di chi sostiene che i miti sin dall’antica Grecia sono alla base delle nostre forme di pensiero, dei nostri sogni e persino delle nostre nevrosi. E che hanno vita eterna, così come potrebbero i “resuscitati” del pop.

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