Enrico Pieranunzi senza limiti. Spostato dal Teatro Nuovo al Caio Melisso il primo concerto di Spoleto Jazz Season

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SPOLETO – Il concerto di Enrico Pieranunzi che aprirà la seconda edizione di Spoleto Jazz Season  è stato spostato al Teatro Caio Melisso (non più al Teatro Nuovo). L’indirizzo del teatro è Piazza Duomo 4. Data e orari rimangono gli stessi: venerdì 8 ottobre, ore 21.

Dunque Venerdì 8 ottobre, al Teatro Caio Melisso di Spoleto Enrico Pieranunzi darà il via alla Spoleto Jazz Season 2021 e presenterà Unlimited, suo ultimo album datato 2020. Un concerto che è un compendio della poliedrica carriera di Pieranunzi, che lo ha visto cimentarsi con jazz, blues, musica del periodo barocco e un’infinità di generi e stili. Il suo orizzonte musicale è pressoché senza confini: è riconosciuto come uno tra i più versatili artisti della scena musicale europea.

 

Scarlatti e Gershwin, materie accomunate nel suo ultimo album “Unlimited”. Cosa le accomuna? E come far rientrare questi due autori in uno stesso progetto musicale?

 

“L’improvvisazione – risponde Enrico Pieranunzi – virtualmente si può attuare su tutti i materiali, quindi in teoria si può improvvisare su tutto. Ma nella mia vicenda musicale, i due hanno avuto un’importanza fondamentale, uno prima e uno dopo: Gershwin è stato il primo autore americano che da bambino ho conosciuto perché mio padre mi metteva degli spartiti davanti, e mi piaceva suonare il blues di “Un americano a Parigi” o di altre canzoni e lì ho cominciato a bazzicare seriamente l’improvvisazione e dopo molti anni, nel 2007 ho realizzato questo album su Scarlatti che ha avuto una buona accoglienza, perché era improvvisazione su musica classica. Oltretutto Scarlatti non era mai stato preso in considerazione per questo tipo di progetti”.

 

Pieranunzi è riconosciuto soprattutto per questo ruolo importante di rappresentare un ponte tra musica classica e jazz. Uno degli iniziatori a livello europeo in tempi contemporanei, di questo trait d’union tra classica e jazz.

 

“Beh, oddio. La storia della contaminazione, un termine da non usare in questo periodo, di questo mix, di questo incontro tra classica e jazz è molto interessante e molto lunga, forse l’ha iniziata lo stesso Gershwin per esempio”.

 

Ma lei in termini contemporanei e attuali è uno dei continuatori più importanti in Europa e nel mondo da questo punto di vista.

 

“Diciamo che è stata una conseguenza della mia vicenda personale. Ho cominciato le due musiche praticamente insieme, poi mi sono diplomato, ho insegnato in Conservatorio 25 anni. Insieme ho portato avanti tutto il discorso jazzistico, suonando con tutti i più grandi a cominciare da Chet Baker. Quindi diciamo che era già scritta nella mia vicenda esistenziale, questa fusione. Per lo meno ho dato questo piccolo contributo alla musica”.

 

Tanto piccolo no, se è vero che lei è riconosciuto come uno dei migliori pianisti europei se non mondiali…

 

“Non sta a me dirlo, io suono, poi sono gli altri che devono giudicare”.

 

Ma io riporto dei giudizi che spesso i giornalisti appioppano facilmente, che però a volte sono veramente centrati. Forse su Pieranunzi è veramente uno dei pochi casi in cui i giornalisti c’ “azzeccano”, ma si sente appartenente a una generazione passata? Pieranunzi è sempre molto riservato, ma qual è il suo rapporto con la scena musicale attuale?

 

“Penso che è un momento non facile, non tanto per il jazz, ma per la musica e per tutte le attività artistiche. Questa storia del Covid ha forse accentuato un fenomeno che secondo me era già in atto. Non so, penso alla crisi dei cd – crisi magari per alcuni generi, ma forse per altri no -, ammiro la disinvoltura con cui alcuni musicisti (i cosiddetti rapper, trapper e quant’altro) maneggiano le nuove tecnologie. E’ un momento di grande transizione, ma forse questa volta è una transizione vera. Verso dove? Non lo so, per non essere catastrofisti, gli affetti delle tecnologie sulla musica saranno determinanti. Secondo me, nel mutamento, avvieranno il declino di certi linguaggi. Un esempio banale: a me chiedono nei dischi di fare brani sempre più corti, perché pare che il pubblico abbia una capacità di ascolto molto più bassa. E questo credo sia un fatto mai accaduto prima, gli strumenti che abbiamo nelle mani, tablet, smartphone e tutto il modo di recepire la musica condiziona la diretta fruizione della musica. Credo che questo alla lunga porterà a una trasformazione forse irreversibile”.

 

Che effetto fa trovare le proprie composizioni sul Real Book, bibbia di tutti i jazzisti?

 

“Beh, quello è stato un grande momento. Quando trenta anni fa accadde (i primi due sono stati inclusi nel 91) con il Real Book ancora la diffusione dei libri cartacei era notevole. Poco tempo fa lo stesso editore mi ha contattato perché sta facendo delle antologie monografiche su certi autori e mi ha scritto che comunque ora non si vende proprio più niente. Ma ai tempi l’effetto su di me è stato di una soddisfazione enorme, non era mai accaduto a un europeo, credo che l’unico a cui era accaduto sia stato Petrucciani. E’ stato un po’ come suonare e registrare al Village Vanguard nel 2010, dove nessuno europeo era mai andato tranne Petrucciani e Martial Solal”.

 

Pieranunzi ha dedicato buona parte degli studi all’universo classico, Scarlatti, Hendel, ma anche Bach, il compositore che molti indicano con il più alto senso del sacro. Che dire?

 

“Bach parla ancora da solo, il fatto stesso che la sua musica sia tanto amata, la dice lunga. Ci sono dei fondamentali nella storia della musica che sono al di là del tempo. Un po’ come Leonardo, Michelangelo, come Picasso. E continua ancora questo mio interesse, non solo per Bach, ma in generale per il Barocco. Perché i musicisti barocchi erano un po’ degli anticipatori del jazz, perché improvvisavano tutti. L’improvvisazione era un codice normale. Facevano nelle varie occasioni i loro brani e improvvisavano. Avevano un approccio alla musica molto libero, sia da questo punto di vista sia perché poi quello che maneggiavano, lo ornavano, lo decoravano e veramente erano molto liberi. E questa libertà – naturalmente sempre sorvegliata dal gusto – non è un’anarchia come qualcuno pensa ancora oggi”.

 

 

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