Il ricordo perugino di Franco Cerri, pioniere italiano del cool jazz

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PERUGIA – “Mah, mi dicevano: “Dopo un po’ la pianti lì e non la suoni più”. Ma io ho insistito e un po’ di tempo dopo, mio padre, una sera tornò a casa con una chitarra, e mi ha detto: “Questa è la chitarra, però non c’è una lira per un maestro. Vedi tu”. “E adesso?”, mi chiedevo. Non c’erano metodi, non c’era niente, ed io non sapevo neanche il nome delle corde dello strumento. E così incontrai un musicista molto, molto bravo, Giampiero Boneschi, un pianista. Eravamo bambini, e lui mi disse: “Io sto studiando pianoforte”. “Ah, che bello”, gli risposi, “a me invece hanno regalato una chitarra, ma non so niente”. E lui mi disse: “Vieni su da me”. E la prima cosa che fece, e fu molto intelligente, mi disse: “Suona la corda più grossa”, ed io “don, don, don, don”. E lui si mise a ricercare quel suono sulla testiera del pianoforte: “E’ un mi”. E così tutte le altre corde, la, re, sol, si, mi. Ed io andavo su e giù sulla tastiera alla ricerca di quanti do, di quanti mi riuscivo a trovare. E allora, piano piano, partendo da questo punto sono arrivato a fare il musicista”.

Questo è un passaggio dell’intervista che Franco Cerri rilasciò a Enzo Capua durante la presentazione del libro che scrisse a quattro mani con Pier Luigi Sassetti. Era il 2016, cinque anni fa, e come sempre la libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica accolse gli ospiti per fornire l’ambientazione più adatta per la presentazione di un libro durante lo svolgimento di Umbria Jazz. Fuori i Funk Off trascinavano come sempre il lungo codazzo di mamme e bambini o semplicemente di persone che volevano condividere quel momento di musica magari ballando; dentro si parlava di musica e dello speciale rapporto che un ragazzo che aveva ricevuto in regalo una chitarra aveva stabilito con essa. Cominciando da zero, anzi meno che zero e stabilendo nel corso degli anni un proprio universo sonoro, una propria cifra stilistica che ebbe modo di arricchirsi di una serie di infinite esperienze. Da quello zero assoluto sino al momento della sua scomparsa, ieri a Milano, Franco Cerri è stato il detentore di un bagaglio culturale e umano che ha attraversato la storia del jazz in Italia e non solo, infaticabile compagno di avventure con nomi del calibro di Gorni Kramer, Chet Baker, Gerry Mulligan, Billie Holiday e Lee Konitz. Ma fu proprio quell’esordio con Gorni Kramer che degli studi televisivi della Rai era abituale frequentatore con la sua leggendaria orchestra, tra coloro che per primi importarono lo swing in Italia, che Cerri ereditò la sua telegenia: tanto che da jazzman semi-sconosciuto diventò, immerso nell’acqua per pubblicizzare un noto detersivo, uno dei volti più popolari del Paese. Da vero gentleman possedeva un atteggiamento attento e discreto e molto ironico, gli aspetti che celavano in realtà un vero vulcano creativo interiore sempre a caccia di nuove avventure musicali. Partner abituale del pianista Enrico Intra, contribuì negli anni Settanta a scoprire in quartetti e quintetti nuovi talenti come Gianluigi Trovesi e Tullio De Piscopo. I suoi album sono pressoché irreperibili e non sarebbe male raccogliere la sua grande eredità artistica con un’antologica che lo rappresentasse così come meriterebbe.

Umbria Jazz in una nota di commiato lo ricorda come protagonista di concerti durante il festival e a Umbria Jazz Winter di Orvieto tra il 2011 e il 2015 e ne descrive il profilo di grande divulgatore del jazz grazie soprattutto alla tivù: “Negli anni ’50 – ricorda Umbria Jazz – la Rai lo chiama come conduttore di alcuni programmi divulgativi sul jazz per la neonata televisione italiana come «Di jazz in jazz», «Jazz primo amore», «Il jazz in Italia» e «Il jazz in Europa», ed è proprio in queste occasioni che si mette in luce come showman oltre che come musicista, al punto da essere chiamato spesso come ospite in Il Musichiere e in Buone vacanze”. Come musicista ha accompagnato Mina, Bruno Martino e Roberto Vecchioni, come attore lo troviamo con Renato Rascel in «Tobia, candida spia».

Franco Cerri ci ha lasciati e con lui se n’è andata la fase pioneristica del jazz in Italia composta dall’incommensurabile entusiasmo che caratterizzava la scoperta di una musica sincopata, sensuale, trasgressiva che arrivava dagli States sull’onda della gioia della fine del conflitto mondiale e con il desiderio collettivo condiviso di costruire un mondo nuovo. Ripartendo da zero.

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