Umbria Jazz: la fiaba volge al termine, è ora di voltare pagina

PERUGIA – Finalmente la questione è arrivata al pettine. I nodi si sono sciolti. E mentre Qualcuno svela la sua verità, senza non prima aver fatto la lista degli amici e dei nemici, si parla di contenuti. E’ il risultato di una corsa senza fine, quella della rincorsa ai numeri nell’idea di uno sviluppo infinito che, come si sa, è in conflitto con il principio della sostenibilità. Ecco, Umbria Jazz, più di uno sviluppo infinito dovrebbe cominciare a fare i conti con uno sviluppo sostenibile, dove i numeri diventino un parametro di valutazione, ma non il solo e unico. Perché a contare, ma ce ne stiamo accorgendo tutti in ritardo sono i contenuti. I contenuti di un festival che come fine più importante dovrebbe porsi quello del sostegno alla musica e in particolare alla musica d’arte e di ricerca come continua ad essere il jazz nelle sue forme più evolute. Una ricerca sul suono e sulla modulazione di un genere che ha abbattuto ogni barriera per diventare una delle forme più interessanti della musica contemporanea. E mentre sulle scene del teatrino cittadino vanno in scena i protagonisti della commedia tra cui l’assessore rockettaro che sostiene che il rock tira più del jazz, il rocker-grande-star appoggiato dalla destra dovrebbe rivestire il ruolo del Povia del rock, mentre il Grande Protagonista tenta la sceneggiata di cospargersi il capo di cenere per la sua boria che non gli ha permesso di individuare un proprio “erede”, ma confessa che il suo sogno è l’immortalità, la scena si spegne con l’annuncio che arriverà Bob Dylan, imprecando da una parte per i tagli ai fondi regionali e dall’altro soddisfacendo le richieste della prim’ora della Grande Presidente. Ma in fin dei conti della musica, del jazz, a chi importa? L’importante sono i numeri, i commercianti soddisfatti che fanno affari, il turismo che riempie le tasche degli albergatori, le piazze affollate per lo struscio notturno durante il festival. E tutti vissero felici e contenti. Le fiaba però volge al termine, se non si comincia a capire che il nocciolo della questione è ben altro: Umbria Jazz non ha più bisogno degli unici “depositari della verità” che fanno e disfanno a loro piacimento quel che vogliono, ma ha soprattutto bisogno di professionalità e competenza che si prefigga il fine di preservare il meglio degli ultimi 50 anni, non senza riconoscere i meriti di chi ha lottato per ottenere tutto questo, ma con la consapevolezza che l’equivoco che si è creato persiste in un’idea di musica distorta, perché prima di tutto la musica è cultura e il jazz rimane l’espressione più significativa di una cultura in grado di produrre una sintesi e un’evoluzione sulla stessa idea di musica. Si dice che il jazz è morto e sta scomparendo con la scomparsa dei suoi protagonisti storici, non è così. A morire è anche il rock, a morire è un’idea di musica che rimane ferma su sé stessa e che tutt’al più è capace di scimmiottare chi alimenta il mercato delle major discografiche e delle piattaforme digitali. La fiaba volge al termine, cominciamo a voltare pagina.

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