Divide et Impera

Può risultare alquanto ovvio ragionare su quanto, una costante cultura di opposizione, rappresenti un vero e proprio freno all’aggregazione sociale; seppur questo concetto potrebbe rimandare ad una diretta e precisa ideologia politica, è altresì manifesto come, alla base di una società, quella che prende il nome di aggregazione, rappresenta la principale possibilità per la costruzione di una coscienza collettiva e di un autentico senso civico.
All’interno del primo concetto risiede la capacità di un popolo di sviluppare un agire critico capace di prendere delle decisioni al fine di tutelare e difendere i propri interessi; al contrario una società frammentata e incapace di riflettere su se stessa, non maturerà la convinzione secondo cui è possibile porre le basi per la costruzione del futuro procedendo uniti e non separati. Innumerevoli potrebbero essere gli esempi di come, troppo spesso, viene enfatizzata, se non addirittura promossa, una cultura oppositiva che mira a contrapporre “noi a loro”, “normali e diversi”, “meritevoli e non”, seguendo una logica quasi da “divide et impera” secondo cui, una società frammentata, risulterebbe più semplice da controllare.
Con frequenza i mass media non fanno altro che incrementare insani antagonismi fra le diverse frange sociali, accrescendo sentimenti ostili quali divisionismo, pregiudizio e intolleranza. Il concetto di opposizione, espresso in questo senso, pone degli ostacoli quasi insormontabili di fronte alla possibilità di accettazione di una società fondata sulle differenze, di una società che accetti come proprio, seguendo una sorta di imperativo categorico, un criterio di accettazione fondato sul rispetto del diverso; quest’ultimo concetto tuttavia potrebbe risultare erroneo, la cultura oppositiva fomenta difatti un punto di vista sulla diversità amplificato, come se sussistesse una sostanziale incompatibilità generata da differenze inconciliabili, questo aspetto, per di più, risulta in un chiaro rapporto di antinomia con i valori fondanti del nostro ordinamento nonché del nostro vivere civile. Zygmunt Bauman, in “Homo consumens”, fa notare come perfino le città, le quali sono strutturalmente concepite per favorire un’unione di persone al fine di promuovere la cooperazione tra le stesse, rappresentano oggi, a tutti gli effetti, non più centri di vita aggregata, ma altresì di una vita dissociata dove i poveri sono emarginati dai ricchi e viceversa, ma, soprattutto, dove non c’e’ piu’ convivenza e fratellanza, ma un’omologazione, parafrasando Pier Paolo Pasolini, figlia di una mercificazione totalizzante, avente, come principale modello culturale, un’ “acritica irregolamentazione reale” che ha istituito una vera e propria “civiltà dei consumi” la quale tende a ripudiare ogni legame solido e ogni forma di progettualità e in cui, “l’homo consumens”, perennemente inquieto e alla costante ricerca di soddisfazione, diviene vittima inconsapevole di una pietosa mercificazione sociale e sentimentale. Con troppa superficialità si prendono a modello slogan anti sociali come, ad esempio, il celebre “odio tutti”; questo messaggio, nell’epoca dell’autoaffermazione del singolo, diviene, a tutti gli effetti, regola fondamentale del nuovo vangelo della modernità; valori quali comprensione e tolleranza passano definitivamente di moda poiché contrari alla predominante logica della competitività e del profitto; in altri termini, tutto ciò che si configura come un impegno verso gli altri risulta come una sorta di ostacolo da evitare ad ogni costo. Occorrerebbe quindi pensare altrimenti e, come sosteneva Michel Foucault, difendere la società partendo, magari, da un differente agire individuale che, inevitabilmente, ricadrebbe sul collettivo; la famiglia, ad esempio, rappresenta, in questo senso, quel primario e imprescindibile nucleo di comunità dove apprendere le regole della convivenza, i valori del compromesso e dell’unione, della donatività e della vita condivisa e del superamento delle difficoltà insieme, un’attitudine questa totalmente opposta a quella oggi dominante e sulla quale, pare doveroso, riflettere.
 

Riccardo Regi: Direttore di Vivo Umbria, Perugino, laureato in Lettere, giornalista professionista dal 1990, vice direttore dei Corrieri Umbria, Arezzo, Siena, Viterbo, Rieti per 18 anni.