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Deruta e Shanghai, la ceramica che unisce mondi

Deruta e Shanghai, la ceramica che unisce mondi

DERUTA – Un patto culturale che parte dall’Umbria e guarda lontano, tra botteghe, scuola e nuovi pubblici.

C’è una lingua antica che non teme traduzioni, nasce dall’incontro fra terra e fuoco e attraversa i secoli senza perdere significato; a Deruta questa lingua è la ceramica, una grammatica condivisa che oggi trova un interlocutore naturale nella grande tradizione della porcellana cinese. Il confronto avviato in queste settimane in Umbria non è l’ennesima vetrina espositiva, ma l’occasione per ripensare un patrimonio vivo come motore di relazioni, scambi, apprendimenti reciproci.

Il calendario prevede, nel cuore istituzionale di Perugia, una giornata di dialogo che coincide simbolicamente con la Giornata del Made in Italy; non un convegno rituale, ma piuttosto un campo aperto dove la cultura del “saper fare” incontra nuove forme di fruizione e di racconto. Accanto ai momenti di confronto sono attese dimostrazioni dal vivo, incursioni tra arti sorelle come calligrafia e pittura, e persino esperienze sonore affidate a strumenti realizzati in materiale ceramico. È un modo per dire che la tradizione non è solo cornice decorativa, ma una pratica che si rinnova quando cambia lo sguardo.

Deruta, in questo quadro, non è semplice tappa logistica, è la “lingua madre” di una filiera che tiene insieme botteghe, scuole, musei, giovani apprendisti e maestri. La presenza di questo mondo dentro a un orizzonte europeo, con reti attive tra città della ceramica e luoghi di formazione, offre una piattaforma concreta per trasformare la retorica degli scambi in opportunità.

Il dialogo con Shanghai non si esaurisce nell’interesse verso un mercato ampio, riguarda la capacità di abitare il presente senza smarrire l’identità. È qui che si gioca la partita più sottile, quella di affiancare alla perizia tecnica la dimensione progettuale, integrare il gesto artigiano con le tecnologie che ampliano il pubblico (dal digitale alla realtà aumentata), immaginare allestimenti e narrazioni che sappiano parlare a visitatori e cittadini. Il turismo culturale, se ben curato, può diventare il terminale di un processo più profondo in cui la bellezza non è solamente un prodotto di consumo, ma una forma di cittadinanza.

C’è infine un valore civile che questo patto mette in chiaro. Le botteghe non sono soltanto luoghi di produzione, sono spazi di trasmissione; mani che insegnano ad altre mani, gesti che si imparano osservando, errori che diventano conoscenza. Quando la cooperazione internazionale si fonda su questa idea di apprendistato condiviso, la parola “gemellaggio” smette di essere cartolina e diventa relazione robusta, capace di resistere al tempo.

Se l’Umbria accetta la sfida, la ceramica può tornare a essere un lessico comune fra generazioni e culture. Non per inseguire una tendenza, ma per affidare al futuro un patrimonio che ha senso solo quando circola. In fondo, ogni piatto, ogni vaso, ogni piastrella racconta lo stesso principio, che la forma nasce dall’incontro. Questo ponte tra Deruta e Shanghai, oggi, non promette soltanto nuove rotte, ma più semplicemente tiene insieme ciò che si è e ciò che si può ancora diventare.

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