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Disturbi dei comportamenti alimentari, numeri sempre più allarmanti. Intervista alla psicoterapeuta Laura Della Ragione

PERUGIA Ancora oggi il discorso sui disturbi alimentari è lasciato a modalità approssimative e generiche, tralasciando troppo spesso la drammaticità dei dati. Perché se i numeri parlano, i nostri sono allarmanti: i disturbi del comportamento alimentare (DCA) colpiscono tre milioni e mezzo di italiani e costituiscono la prima causa di morte tra gli adolescenti. Torna quindi anche quest’anno l’appuntamento con la giornata del Fiocchetto Lilla che ci ricorda la costante necessità di “diffondere la consapevolezza che queste patologie si possono curare”.

Torniamo a fare il punto della situazione con Laura Della Ragione, psichiatra e psicoterapeuta fondatrice della Rete per i Disturbi del Comportamento Alimentare della Usl 1 dell’Umbria.

Sappiamo che le richieste di aiuto nel 2020 e nel 2021 hanno subìto un aumento esponenziale. I numeri dei soggetti a rischio quindi continuano a crescere?

“Sì, sono in crescita, purtroppo come temevamo. Il 2021 è stato un anno ugualmente drammatico, un effetto dell’onda lunga della pandemia. Abbiamo pazienti giovanissimi: al Centro DCA Palazzo Francisci di Todi ad esempio ci sono ragazze anche di età inferiore ai 14 anni ma con disturbi alimentari molto gravi, legati spesso a fenomeni di autolesionismo”.

I disturbi del comportamento alimentare sono sempre più diffusi anche tra i maschi, come mai?

“Significa che pian piano non sarà più una patologia di genere come poteva essere fino a qualche anno fa dove la percentuale maschile era dell’1%. Oggi costituisce il 20%. Tra loro troviamo ragazzi che sono affetti da patologie nuove come la bigoressia in cui l’ossessione per mettere su massa muscolare porta all’adozione di una dieta esclusivamente iperproteica priva di carboidrati e idratazione. O ancora l’ortoressia, il tormento nella selezione maniacale di cibi sani e il binge eating disorder, letteralmente “abbuffata di cibo” con cui si indicano le assunzioni di grandi quantità incontrollate di cibo a cui segue una fase senso di colpa e disagio che porta il soggetto a mangiare di nascosto. Queste patologie sono tra le più frequenti, con un rapporto di 3 a 2, al Centro DAI di Città della Pieve, in cui viene ospitata la più alta concentrazione di ragazzi maschi”.

I disturbi alimentari hanno tutti una radice più profonda legata a disagi della persona. Cosa succede in una situazione come quella attuale in cui dall’esterno arrivano perlopiù ansie e preoccupazioni, prima il Covid e ora l’ombra di una guerra?

“Sicuramente tutto ciò influisce molto. Una mia paziente di 14 anni qualche giorno fa mi ha detto: «a 12 anni mi sono beccata la pandemia, ora ne ho 14 e ho paura della guerra» e mi ha colpito molto. Stanno indubbiamente vivendo una fase molto triste, piena di eventi traumatici che spesso vanno ad accentuare alcune fragilità già preesistenti. I legami che questi disturbi hanno con l’esterno sono ampiamente appurati, si tratta di forme di depressione moderne”.

In un’intervista rilasciata a dicembre lei parlava di “effetto tana” in cui i ragazzi si sono rintanati in una dimensione astorica e senza futuro. Tolta l’eccezionalità del Covid, quali sono le cause principali che hanno portato negli ultimi anni ad un aggravamento dei numeri?

“Essenzialmente i ragazzi vivono in un’epoca in cui la società pretende molto da loro; gli vengono chieste grosse performance, dare sempre il massimo per raggiungere la perfezione. È una pressione sociale a volte troppo forte da sopportare. Accanto a questo c’è anche un problema che riguarda la famiglia, attualmente in crisi come sistema valoriale. Il ragazzo è circondato da persone, nuclei sociali più o meno grandi, come la scuola ad esempio, che possono aiutarlo e seguirlo, ma se manca la famiglia viene a mancare quel sostegno essenziale per la crescita di un ragazzo”.

Con il nuovo decreto Milleproroghe, il 17 febbraio scorso è stato approvato il Bonus Psicologo: una mossa con cui si è dato atto che la pandemia ha avuto seri effetti sulla salute mentale delle persone… lei cosa ne pensa?

“Ne penso bene, ovviamente non è una mossa risolutiva ma sul piano culturale significa dire che c’è bisogno di preservare la salute psichica dei giovani. Significa riconoscere che la salute psichica è tanto importante quanto quella fisica. C’è comunque ancora molto lavoro da fare”.

Cosa si sentirebbe di consigliare a genitori che si trovano ad affrontare queste situazioni con i propri figli?

“Innanzitutto, di ascoltare i propri figli e non porsi di fronte al figlio con un atteggiamento giudicante e per citare Sant’ Agostino “Volo ut sis”, cioè voglio che tu sia ciò che sei. Ci deve essere un approccio tale da accettare anche quello che non ci si aspetta, perché i ragazzi soffrono molto delle pressioni dei genitori, dei giudizi dei “grandi”, ma l’obiettivo di quest’ultimi è proprio quello di aiutare i ragazzi ad accettare un aiuto. Agire in famiglia diventa quindi il primo passo fondamentale per affrontare quello che è un problema reale. Solo il 10% dei soggetti afflitti arriva a chiedere aiuto. L’ammissione pubblica del problema sociale dei disturbi del comportamento alimentare e più in generale della cura della salute mentale è un processo lungo, ma che richiede un’urgente accelerazione in tempi difficili come questi, dove il semplice ascoltare può davvero fare la differenza”.

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