TERNI – Ha fatto scuola per essere stato, al tempo stesso, progetto urbano, sperimentazione sociale e pratica politica. A oltre cinquant’anni dalla costruzione, il Villaggio Matteotti ha perso smalto, ma può ancora insegnare. Primo caso italiano di architettura partecipata in cui la partecipazione è metodo progettuale e non retorica, fu commissionato nel 1969 dalla Società Terni Acciaierie all’architetto e ingegnere Giancarlo De Carlo, con la collaborazione del sociologo Domenico De Masi. Nato come intervento di riqualificazione del preesistente Villaggio Italo Balbo, quartiere operaio degli anni Trenta rimasto incompiuto a causa della Seconda guerra mondiale e, alla fine degli anni Sessanta, ormai in grave stato di degrado, il piano originario era ambizioso: 840 alloggi distribuiti su circa 20 ettari, con l’obiettivo di aumentare sensibilmente la densità abitativa e superare il modello paternalistico del villaggio aziendale tradizionale. Una vera e propria città nella città, permeabile e attraversabile, in grado di integrare residenza, servizi, spazi collettivi e verde. Ma la crisi economica, l’elevato costo dell’intervento e, non ultima, la resistenza degli abitanti del vecchio quartiere, contrari alla demolizione delle loro abitazioni, portarono all’interruzione dei lavori nel 1975, dopo la realizzazione del primo lotto: circa 240 alloggi, poco meno di un quarto di quanto previsto. Sufficiente, però, per entrare prepotentemente nella storia dell’architettura e vedere concretizzarsi un’utopia.
Un nuovo abitare
La parte costruita è composta da quattro corpi di fabbrica in serie e da un quinto edificio distinto, collegati da un sistema di passerelle pedonali sopraelevate che garantisce la totale separazione tra traffico carrabile e percorsi pedonali. Gli edifici, sviluppati su tre piani fuori terra sopra un livello stradale destinato anche ai parcheggi, sono caratterizzati da strutture in calcestruzzo armato a vista, finestre a nastro, coperture piane e, tratto distintivo, infissi metallici rossi.
L’aggregazione dei volumi e l’alternanza tra pieni e vuoti favoriscono un forte rapporto con il verde, configurando una sorta di città-giardino tridimensionale. I 240 alloggi, articolati in diverse tipologie, spesso organizzate a gradoni con dislivelli interni, dispongono di terrazze, giardini, orti e giardini pensili, oltre a tetto giardino, autorimessa coperta e doppi servizi, rappresentando un livello qualitativo allora inedito per l’edilizia popolare italiana. Alla base, la visione di De Carlo, che non si limitò a progettare per gli abitanti, ma dialogò e lavorò con loro. Affiancato da De Masi e il suo team di sociologi, attraverso assemblee, interviste, questionari, dibattiti e mostre coinvolse direttamente le famiglie destinatarie degli alloggi nelle scelte architettoniche, prospettando loro un nuovo abitare. Emergevano con forza alcune esigenze: spazi verdi pubblici e privati, luoghi per la vita sociale, percorsi sicuri. La risposta fu un insediamento concepito come un sistema urbano aperto il cui principio ordinatore è la continuità spaziale tra ambiti privati, semi-privati, semi-pubblici e pubblici, senza barriere nette, ma con una sequenza di soglie che si snodano tra i diversi livelli altimetrici, diventando spazi di relazione, luoghi potenziali di incontro e socialità. Accanto alle residenze erano previste numerose funzioni collettive: asilo nido, centro sociale, biblioteca, cinema-teatro, ambulatori, spazi sportivi, attività commerciali. Molte di queste, tuttavia, sono rimaste incompiute o non sono mai entrate pienamente in esercizio, lasciando nel tempo caselle vuote, difficili da riempire.
Paesaggio dell’abbandono
Dopo mezzo secolo, il Villaggio Matteotti è un organismo ancora vivo. L’impianto spaziale originario resta perfettamente leggibile e attivo, ma le strutture mostrano in modo evidente i segni del tempo. Alcune passerelle risultano degradate, molte funzioni collettive non sono mai state attivate, locali e spazi versano in stato di abbandono, come segnalato più volte da residenti, associazioni e commissioni consiliari. Nel 2021, durante un sopralluogo della Prima commissione consiliare, erano stati individuati almeno due locali di proprietà comunale caratterizzati da infiltrazioni, sporcizia e carenze manutentive. Altri due grandi locali, di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, risultavano inutilizzati e da tempo contrassegnati da cartelli “vendesi”. Ne scaturì un atto di indirizzo a firma dei consiglieri Michele Rossi (Terni Civica), Doriana Musacchi (misto) e Lucia Dominici (FI), nel quale si auspicava un coinvolgimento pubblico e privato per recuperare i locali abbandonati e valorizzare un villaggio portato ad esempio nei libri di architettura. Dopo cinque anni, ulteriori atti e interrogazioni, i cartelli “vendesi” sono ancora lì. E il declino che si voleva scongiurare cavalca tra le strutture in disuso: l’ex Centro sociale, l’ultimo locale a resistere, in agenda per la riqualificazione, è diventato nel frattempo un immondezzaio; l’ex asilo del quartiere è stato oggetto di atti vandalici, con vetri rotti e interni danneggiati. Anche alcune aree aperte adiacenti agli edifici, prive di una destinazione chiara, versano in condizioni critiche.
Se sul piano culturale sono encomiabili le attività svolte dal Centro Studi Giancarlo De Carlo con l’intento di rivitalizzare il villaggio e stimolare la riflessione sulla sua identità, il Comune di Terni, da parte sua, ha recentemente concluso nel quartiere alcuni interventi significativi: la scuola intitolata a Matteotti è stata completamente ristrutturata e adeguata sismicamente; sono stati realizzati playground per calcio a cinque e basket, nuovi percorsi pedonali, aree di socializzazione e opere di street art. Altri interventi, tra i quali la riqualificazione del Centro sociale, sono previsti nell’ambito di Agenda Urbana 2021-2027. Si tratta di progetti volti a migliorare la qualità della vita e la percezione degli spazi, ma che per molti non configurano ancora una rigenerazione complessiva dell’impianto storico del villaggio. Come sottolineano alcuni residenti, al di là dei restauri puntuali, manca un programma unitario che recuperi la visione di De Carlo e affronti in ottica sistemica il tema del degrado e del riuso degli spazi pubblici inutilizzati.
“Ho sempre considerato il Quartiere Matteotti non semplicemente un’area urbana di Terni, ma un simbolo internazionale di come l’architettura possa e debba servire le persone. Da tempo mi batto perché sia sottratto al declino, rifunzionalizzato, valorizzato culturalmente e riconosciuto come un autentico museo a cielo aperto. Credo che il capolavoro di Giancarlo De Carlo e chi lo abita meritino ben più dell’attuale condizione di abbandono e incuria. Il mio sogno è vedere finalmente il via ai progetti di rigenerazione urbana che abbiamo programmato, inserendo il Matteotti in una rete di quartieri storici valorizzati e ben integrati. Sono fermamente convinto che l’anima sociologica di questo luogo debba tornare a risplendere: non si tratta solo di abitazioni, ma di un pezzo fondamentale della storia del lavoro e della partecipazione dei ternani. Le passerelle del Matteotti devono tornare ad essere, come allora, ponti verso il futuro” – commenta Michele Rossi.
Il Villaggio Matteotti resta così sospeso tra riconoscimento culturale e fragilità quotidiana. Un luogo che continua a insegnare quanto l’architettura possa essere strumento di relazione e di emancipazione, ma anche quanto, senza continuità gestionale e manutenzione, le utopie moderne rischino di trasformarsi in paesaggi dell’abbandono.
Lorella Giulivi


