Fusse che fusse la vorta bbona?!

Per i non più giovanissimi era il tormentone di una trasmissione che si chiamava Canzonissima. Era il 1959 e Nino Manfredi rese famoso il suo “Fusse che fusse la vorta bbona?!“.
Stamattina, addì 22 marzo 2019, nell’ambito della messianica visita del presidente cinese  e delle nutrita delegazione dei Cinquecento al suo seguito nella Capitale, c’è stato un importante prologo all’attesissima stipula di accordi bilaterali che il premier Conti firmerà domani mattina  per tentare di trasferire una seppur minima percentuale del lauto prodotto interno lordo cinese al nostro Bel Paese.  Ci riferiamo alla pax nel campo dell’indebita appropriazione di beni culturali. Alberto Bonisoli, ministro per i Beni e le attività culturali, ha infatti incontrato questa mattina, 22 marzo, al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma, il pari grado ministro della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, Luo Shugang. Nel corso del colloquio che i testimoni definiscono “cordiale”, ma non avevamo dubbi a riguardo, i ministri hanno ribadito la volontà di rafforzare la cooperazione culturale e l’impegno a collaborare sulla lotta al traffico illecito di beni culturali. Nel concreto è stata apposta la firma sul documento che restituisce 796 reperti archeologici sottratti al patrimonio culturale cinese ed esportati illegalmente in Italia.
Il lotto di tesori archeologici cinesi di dubbia provenienza erano stati messi in vendita a Roncadelle, in provincia di Brescia. La scheda tecnica parla di oggetti che provengono da diverse aree della Cina e risalgono ad un arco di tempo compreso tra il Neolitico (3500 – 1700 a.C.) fino alla Dinastia Ming (907– 1664 d.C.). I beni risultavano in prevalenza assimilabili a quelli ritrovati negli scavi archeologici eseguiti nella provincie di Gansu, Qinghai, Shaanxi e Sichuan, riferiti al periodo storico compreso tra il 3500 a.C. ed il XVII secolo.
L’esame compiuto dalle competenti autorità della Repubblica Popolare Cinese ha accertato l’autenticità dei beni e la loro appartenenza al patrimonio culturale della Cina. In tempi non sospetti, ovvero il 5 novembre 2018, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ne ha disposto la restituzione alla Repubblica Popolare Cinese.
Il ministro Bonisoli ha orgogliosamente e giustamente chiosato: “E’ un grande onore avere la possibilità di dialogare in maniera molto forte e approfondita con un Paese amico come la Repubblica Popolare Cinese. Oggi restituiamo una serie di oggetti che abbiamo trovato in Italia di provenienza illecita e che appartengono al patrimonio culturale della Repubblica Popolare Cinese, recuperati grazie all’attività del Comando carabinieri tutela patrimonio culturale. Siamo orgogliosi di poter restituire ai nostri amici questi reperti in quanto rappresentativi del proprio patrimonio e dell’identità del popolo cinese”.
Ora: premesso che i 796 reperti sono stati indebitamente sottratti e, quindi, rubati e pertanto da restituire al legittimo proprietario; e fatto salvo che la Cina è vicina, ci sono Paesi a noi ancora più contigui che con la loro stelletta dorata sventolano assieme alla nostra su sfondo blu intenso hanno a vario titolo acquisito nei secoli ingenti bottini di guerra che ci riguardano. A tanto nostro zelo ampiamente mostrato e, pare, apprezzato, viene da chiedere agli interlocutori nostri cugini e parenti stretti: “Fusse che fusse la vorta bbona?!”.

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