Giovanni Tommaso e il jazz rock delle origini con la reunion dei Perigeo

PERUGIAQuello di Giovanni Tommaso è nome che riecheggia spesso negli ambiti del jazz, sia perché è tra i più autorevoli testimoni della storia del jazz italiano, sia perché il suo nome è rimasto indissolubilmente legato alla vicenda musicale dei Perigeo, la band che agli inizi degli anni Settanta stupì tutti con un nuova idea di musica nata dall’incontro, cui Miles Davis aveva dato inizio, tra jazz e rock.
Giovanni Tommaso è anche il direttore italiano delle clinics di Umbria Jazz. Ti riconosci nel ruolo di colui che passa il testimone del jazz alle giovani generazioni?
“Non sta a me dirlo, ma quando insieme a Carlo Pagnotta siamo andati 1995 al Berklee College of Music a Boston a parlare con il fondatore Lee Berk, ci accordammo con Gary Burton, il grande vibrafonista, che era il preside, e decidemmo di fare un anno di sperimentazione. Sono passati 34 anni e siamo ancora in ottima forma, tra l’altro quest’anno è il primo anno che cinque mesi prima dell’evento abbiamo dovuto chiudere due corsi per superaffollamento. Quindi si preannuncia un’annata veramente bella”.
Qual è la gratificazione più bella che hai avuto in tanti anni di direzione delle clinics?
“Senz’altro l’intuizione che ebbi di promuovere le clinics fuori dall’Italia: c’erano un po’ di titubanze nel farlo anche perché richiedeva un pochino di investimento economico. Però nel tempo ha pagato moltissimo. Poi è arrivato Internet e l’investimento economico è diminuito di molto. Tutto questo ha prodotto un grande interesse degli studenti da tutto il mondo. Abbiamo un numero crescente di studenti che vengono dagli Stati Uniti, la patria del jazz piena di scuole di musica e di college. Ma per dirne un’altra, il boom più autentico viene dalla Russia, forse anche dovuto al fatto che l’anno scorso ho scelto un pianista russo che era il migliore, bravissimo, per farlo suonare insieme al gruppo delle clinics del Berklee che ogni inverno raggiunge Orvieto per Umbria Jazz Winter. Sono certo che il fatto che lui sia venuto ad Orvieto e che il gruppo abbia avuto un successo notevole, sia rimbalzato in Russia e abbia suscitato la curiosità di molti altri giovani”.
Quella dei Perigeo e delle sue variabili è una storia travagliata, tra scioglimenti e reunion. Ora sembra tornare il momento delle origini con l’idea di una nuova reunion, si presume con i componenti delle origini del gruppo. Chi parteciperà alla reunion?
I componenti sono, a parte uno, i titolari, vale a dire: Claudio Fasoli al sax, Bruno Biriaco alla batteria, Tony Sidney alla chitarra e alle tastiere Claudio Filippini che sostituisce Franco D’Andrea ormai dedito solo al pianoforte e, a malincuore per tutta l’amicizia fraterna che abbiamo conservato in questi anni, ha rinunciato. Poi noi abbiamo sempre avuto diversi percussionisti: in base ai vari dischi sceglievamo un percussionista aggiunto per dare dei colori (tipo Tony Esposito, n.d.r.); in questo caso ci sarà Alex Pacho Rossy che è un ottimo percussionista”.
Questa reunion del gruppo fondatore dei Perigeo tornerà anche nell’aspetto musicale al jazz-rock delle origini?
“L’etichetta più longeva che ci è stata affibbiata è quella di progressive rock, io sarei più propenso a chiamarlo jazz rock, ma poi ognuno lo chiama come crede. Il fatto è che questa reunion ha un senso da un punto di vista strettamente musicale se noi riproponiamo il vecchio repertorio che sono anni che non facciamo più andando a ripescare anche brani che raramente abbiamo risuonato. Quindi è una specie di antologia, una carrellata che va a toccare tutti i dischi che abbiamo fatto”.
Cosa vuol dire oggi, a 47 anni di distanza dalla nascita, riproporre i Perigeo, secondo il leader Giovanni Tommaso?
“Noi abbiamo avuto in tutti questi anni molte richieste per rifondarci, ma siccome sono molto rispettoso nei confronti dei nostri fans, migliaia di persone che in questi anni ci hanno dato testimonianza di affetto e anche di fedeltà, amo le cose serie: per dirne una, uno dei brani più ascoltati su You Tube “Abbiamo tutti un blues da piangere” ha superato ampiamente 500 mila ascolti. Questi dati insieme alle vendite dei dischi – non stiamo parlando di cifre stratosferiche – ma che non hanno mai saltato un semestre di rendiconto, allora sento il dovere di serietà nei confronti di questi fans anche se le avances che abbiamo ricevute si sono dimostrate prive di quella serietà che necessita a noi. Invece, in questo caso, la Musart Festival che è una società che organizza in piazza della Signoria a Firenze da circa sei anni questa bellissima rassegna, in una piazza che è una delle sette meraviglie, ha mostrato veramente una intenzione molto seria e quindi abbiamo accettato. Io l’ho chiamata One Shot Reunion che in sostanza vuol dire “una botta e via”, ma questo semplicemente perché aspetterò la fine di questa esperienza il 23 luglio, a mezzanotte come Cenerentola, e deciderò se sarà il caso di fare qualche replica – ma giusto qualche replica o alla fine dell’estate e in autunno (per esempio ci hanno chiesto di fare un concerto alla Valle dei Templi che è anche il titolo di uno dei nostri album). Alla fine del concerto deciderò il da farsi. Intanto ci godiamo questa esperienza che ci sta impegnando tantissimo, ma che ci diverte anche perché è come calarci nella nostra gioventù”.
La band chiuse la sua prima fase nel 1977 a cinque anni dalla fondazione e dopo aver ottenuto ottimi successi con album come Azimut, Abbiano tutti un blues da piangere, Genealogia, La Valle dei Templi, ma quali sono state le ragioni di quel primo scioglimento che non sono mai state chiarite fino in fondo?
“Diciamo che sono state ricamate alcune illazioni, ma la semplice verità è questa: ho avuto diversi gruppi nella mia lunga carriera e appena soggettivamente sento che inizia una fase calante, quando sento che quella forte creatività iniziale viene meno, preferisco chiudere in bellezza. L’unico rammarico è che dopo anni di stenti – era il periodo dei cosiddetti autonomi che volevano entrare ai concerti gratis – e noi con le nostre tournée autogestite alla fine dei concerti dovevamo addirittura pagare i danni che provocavano gli autonomi, cosa che ci fiaccò molto economicamente, abbiamo smesso in un momento in cui il pubblico cominciava di nuovo a pagare i biglietti. Ci potrebbe essere anche un’altra chiave di lettura: quel primo scioglimento ha lasciato un alone di interesse, affetto, anche rispetto per la nostra scelta e forse è per questo che siamo ancora apprezzati”.
 
 
 
 

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