Intervista a Max Giusti da domani al Lyrick con “Il Marchese del Grillo”

ASSISI“Il marchese del Grillo”, per la regia di Massimo Romeo Piparo e con Max Giusti, arriva al Lyrick di Assisi dove sarà in scena il 13 e 14 gennaio.
Ne parliamo con Max Giusti in questa intervista.

– Da dove cominciare? Da “Io so io e voi non siete un ca…”
Quello è un po’ il claim del Marchese, diciamo la frase che tutti riportano perché quello di Monicelli è un film che tutti quanti ricordano e di conseguenza anche nel maneggiare lo spettacolo teatrale mi sono ritrovato a a confrontarmi con qualcosa che non è più né di Alberto Sordi né degli sceneggiatori che l’hanno scritta, né tantomeno mia, ma proprio di tutti, perché parliamo di un lessico popolare, di qualcosa che appartiene a più generazioni d’italiani.
– La commedia all’italiana, nata come genere cinematografico, viene trasposta in commedia musicale teatrale, ma l’impianto originale rimane quello di Mario Monicelli, mi sbaglio?
L’adattamento è stato molto fedele, ma anche molto incisivo, lo ha scritto Gianni Clementi con Massimo Romeo Piparo: lavoro non semplice, perché riportare il racconto di un film a teatro e farlo diventare anche una commedia musicale è stato molto impegnativo; un lavoro enorme però fatto molto bene perché posso dire, senza timore di smentita, che è la commedia musicale più comica e divertente che c’è in circolazione.

– La Roma papalina del XVIII secolo è l’habitat ideale dove si muove il Marchese del Grillo, ma forse rappresenta anche uno specchio sull’attualità, tra arroganza dei potenti, sarcasmo, sberleffi ai poveri. È un potere che ha l’unico fine di affermare sé stesso. Insomma, è lo specchio dei tempi, giusto?
Ne avremmo fatto volentieri a meno di queste, come dire, ulteriori conferme di contemporaneità di questo spettacolo. Però ci permette anche di poter vivere un meccanismo e un racconto di grandissima comicità e anche di qualcosa che riempie molto volentieri gli occhi, le orecchie, le fantasie del pubblico, perché noi siamo 30 persone in scena, con dei costumi dell’epoca, con scene fantasmagoriche. È un lavoro all’altezza di Broadway e di Covent Garden dove personalmente ho visto degli spettacoli molto meno attraenti.

– Che vuol dire per un romano come Max Gusti interpretare un personaggio così iconico della romanità come il Marchese del Grillo? Perché se non sbaglio lei è romano de Roma?
Sì, sì, di adozione, nel senso che ho origini, come tutti i romani moderni, che sono miste. Diciamo, io sono nato a Roma, cresciuto a Roma e pasciuto a Roma.
– Che vuol dire, per un romano interpretare un personaggio come il Marchese del Grillo?
Una grande emozione sia quando Massimo Romeo Piparo me lo ha chiesto, sia quando sono salito su quel palcoscenico per la prima volta, con quei vestiti. Qualcosa che ritengo, come ho detto all’inizio, sia un po’ un bene comune di tutti e usato e maneggiato a volte per fare la battuta con l’amico a volte ce l’ha detto il negoziante sotto casa o un tuo parente. Quindi ho usato molto rispetto ma anche molta serenità; nel senso, rispetto sì, ma poi c’era bisogno di lavorare e mettere la mia, come dire, il mio modo di fare, la mia professionalità e ho cercato di fare un Marchese del Grillo, che non scimmiotta Sordi, ma che lascia le stesse atmosfere di Sordi, perché non volevo che chi ha visto il film – e lo hanno visto praticamente tutti – venisse a teatro e dicesse “non è Sordi” ma non è neanche qualcosa di completamente diverso. Quindi penso di aver fatto un ottimo lavoro.
– Proprio questa è la domanda. Infatti, come dire, interpretare un ruolo del genere significa anche offrire l’occasione per un raffronto spontaneo con il Marchese del Grillo di Monicelli e di Sordi, no? Credo, per tornare a Sordi, che non si possa non prenderlo a riferimento. E come e cosa Max Giusti ha preso in prestito dal grande attore?
Ho fatto a modo mio, come se approcciassi da zero a questa cosa qua, sapendo che comunque dentro di me, come dentro tantissimi italiani, c’era già tantissima percentuale di Alberto Sordi. Non è servito andarla a cercare. Si è manifestata da sola questa cosa. Anche perché se dovessi pensare a quello che ha costruito Alberto Sordi, diciamo subito dopo Totò, ha dato una chiave di comicità e comunque di racconto ancora più contemporanea che io non sapevo fosse così presente dentro di me. Probabilmente Alberto Sordi è stato un insegnante di recitazione e io non ne ero consapevole.
– Quindi questo lavoro è stato anche una scoperta?
Io parlo della grande fortuna che ho avuto a incontrare questo testo e questo allestimento. Probabilmente se non sapessi che il film è stato scritto per Alberto Sordi, direi che lo spettacolo è stato scritto sulle mie corde. Sono stato doppiamente fortunato, questa è veramente fortuna, perché poteva anche non capitarmi tra le mani questo copione.
– C’è però anche l’intuito degli autori che hanno individuato l’attore più adatto…
Beh, credo, dopo due anni, di essere la persona giusta; però poi, insomma, rimane fermo il famoso detto “Chi si loda si imbroda”, quindi facciamolo dire agli altri.

– Il finale del Marchese del Grillo e del suo personaggio un po’ grottesco, è forse un finale in agrodolce. Al Marchese viene risparmiata la vita. La lezione è che lui, che del potere aveva sfruttato ogni possibilità, è graziato, per beffa del destino, dello stesso potere, perché infine tutto cambi perché nulla cambi.

Sì, però, non bisogna mai smettere di lottare per i propri diritti. Anche se si parla di una rappresentazione teatrale, i nostri diritti, le lotte fatte, secondo me, vanno conservate sempre e comunque. Quindi il mio senso di… direi giustizia, emerge. Ce n’è bisogno, ce n’è troppo poca. Anche se non sono un giustizialista, ritengo che bisogna sempre far partire tutti alla pari.

Foto: Antonio Agostini

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