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La storia di Bakary, quindicenne partito dal Mali, nel libro “Il castello nell’uovo”

PERUGIA – “ Era un mercoledì come tanti altri quando presi la decisione di andare via: lo feci perché ero diverso o forse solamente perché mi sentivo diverso rispetto agli altri ragazzi del villaggio. (…) Io ho fatto questo: ho messo quasi quindici anni di vita in uno zaino e a piedi ho iniziato il viaggio che mi avrebbe portato lontano dalla mia terra. Quel mercoledì mattina non sapevo che stavo per affrontare un viaggio verso l’inferno; non sapevo che l’uomo potesse essere così crudele verso i suoi simili e non sapevo che tale gesto avrebbe segnato la mia essenza al punto da non essere in grado di uscire fuori dai cattivi pensieri che ancora oggi mi assalgono la notte.” 

 (Bakary Coulibaly e Luisa Concetti, Il castello nell’uovo”)

 

“Il Castello nell’uovo”, di Bakary Coulibaly e Luisa Concetti edito da Gruppo Albatros, è molto di più di un insieme di pagine che raccontano la storia di un ragazzo quindicenne che ha lasciato il suo villaggio in Mali: è un diario sincero, è un groviglio di immagini dolorose ma anche di sogni che si mescolano alla realtà crudele che Bakary ha dovuto affrontare da solo, motivato dalle sue ambizioni personali e da un obiettivo mai abbandonato, quello della ricerca di una vita migliore per sé.  

 

 

Bakary, com’è nata l’idea di scrivere un libro sul tuo viaggio?

L’idea di raccontare la mia storia è nata con il tempo. Parlare e raccontare ciò che ho subito è sempre stata una sorta di terapia per me. Dopo un viaggio in Mali nel 2016,  il mio paese di origine, io e Luisa (collega ed esperta di immigrazione – ndr) abbiamo deciso di lavorare insieme per scrivere questo libro, il cui ricavato è destinato al materiale scolastico delle bambine e dei  bambini del mio villaggio, Nerekoro.

 

Tanti ragazzi che arrivano in Italia come me hanno subito grandi sofferenze durante il viaggio. A volte non basta andare dallo psicologo. Raccontarlo alle persone che mi stavano vicino mi ha aiutato molto. Esiste un fattore culturale, per il quale è difficile aprirsi subito con un professionista. Per me, avere la possibilità di sfogarmi con le persone di cui mi fido, come Luisa, è stata un’opportunità preziosa e penso a tanti ragazzi, arrivati da soli come me, che avrebbero bisogno di condividere il loro vissuto ma hanno difficoltà a farlo.

 

Sei partito a quindici anni. Nel libro spieghi bene il ruolo della famiglia come arma a doppio taglio: è colei che ti sostiene ma può anche avere delle aspettative che tu non condividi. Come è stata vissuta la tua scelta da parte della tua famiglia?

Io ho deciso di lasciare la mia famiglia, e per famiglia intendo mia madre. Mia mamma, Assa o ‘Ma’ – come è conosciuta al villaggio – , mi è stata molto vicina e mi ha sempre difeso da un padre violento. Per me è stato difficile lasciarla, ma non potevo rimanere nel villaggio perché non rispettavo le regole di quel luogo. Io volevo studiare e vedere il mondo e invece, in quanto primo figlio maschio, dovevo portare gli animali al pascolo o lavorare nei campi. Nel mio paese, i ruoli di genere sono molto definiti e rigidi: se certe tradizioni non vengono rispettate in primis da te, anche la tua famiglia ne pagherà le conseguenze. Per questo ho deciso di prendere il mio destino in mano e partire. Adesso, quando torno in Mali a trovare mia madre, è orgogliosa di me e questo mi riempie il cuore.

 

Il viaggio che hai intrapreso è stato lungo e a volte descrivi situazioni molto difficili e dolorose, una su tutte il viaggio in mare dalla Libia. Cosa ti ha dato la forza per continuare? 

Inizialmente, il mio viaggio doveva durare qualche mese perché avevo in mente di tornare a casa. Invece poi, più andavo avanti più mi conveniva andare avanti e non tornare indietro. Giunto in Algeria e poi in Libia,  mi sono trovato incastrato dai trafficanti di esseri umani. Quando ti accorgi di essere in mano loro, delle loro menzogne e raggiri, ormai è tardi. Ero prigioniero di quel sistema: da quel momento non ho pensato che a liberarmi, soprattutto quando ero in Libia. La mia forza è stata questa: andare avanti perché ormai non avrebbe avuto senso tornare indietro.

 

Dopo la Libia sei arrivato a Lampedusa e sei stato trasferito in una comunità per minori in Sicilia. Poi a Napoli, dove hai iniziato a costruire la tua nuova vita.

Dopo l’esperienza della comunità per minori in Sicilia sono arrivato allo SPRAR a Napoli dove cercavo di andare a scuola e prendere il certificato di lingua italiana. Nel frattempo ho conosciuto Cidis. Prima sono stato un loro utente perché volevo prendere la patente e potevo partecipare a dei corsi. Era un ambiente sereno e mi piaceva stare lì. Passavo molto tempo allo sportello immigrazione: quando venivano i ragazzi del mio paese chiedendo informazioni, affiancavo l’operatore, finché un giorno mi hanno proposto un lavoro vero e proprio e ho potuto iniziare la carriera di mediatore. 

 

 

Con l’interpretariato è iniziato il mio lavoro. Dopo Napoli, mi sono trasferito in Umbria quando l’associazione ha iniziato l’accoglienza a Gubbio e attualmente mi occupo dell’agenzia di mediazione. Il ruolo del mediatore è insostituibile nel contesto del sociale ma non è riconosciuto. Spero che gli enti e le istituzioni che lavorano in questo settore si accorgano di quanto sia importante questa figura professionale e che, in futuro, venga valorizzata come si deve.

 

Bakary oggi vive a Perugia insieme alla sua famiglia e lavora come mediatore culturale per Cidis Onlus, associazione in prima linea nella promozione di una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione.

 

Servizio e fotoservizio di Federica Mastroforti

 

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