“Maria Callas–100 anni in 100 minuti”: Giulio Scarpati e l’affascinante racconto di vita della regina della lirica

PERUGIA “Maria Callas – 100 anni in 100 minuti”: da una parte c’è il giusto tributo ad un centenario importante qual è quello della cantante lirica più famosa al mondo; dall’altro, orologio alla mano, il tempo dedicatole potrebbe apparire non sufficiente proprio in relazione alla sua grandezza. In realtà, per quello che può valere il parere di chi scrive, l’impressione ricevuta alla prima che si è tenuta a Spoleto, questa estate, al Teatro Romano (nella foto di copertina), è che la miscela creata dall’autore e regista dello spettacolo  Nicola Calocero Giannoni, sia quella giusta.

Nicola Calocero Giannoni

 

Agnieszka Grochala

 

Lucio Perotti

Da un lato la potenza della lirica che la Callas ha saputo sprigionare riproposta dal vivo dalla bravissima soprano Agnieszka Grochala assieme al maestro Lucio Perotti al pianoforte; dall’altra la narrazione partecipata, sapiente, emotivamente coinvolgente di Giulio Scarpati.

Giulio Scarpati

Sullo sfondo, l’originale contributo multimediale con le scene illustrate dal pittore Manuelle Mureddu.
Insomma, l’appuntamento di domani, 30 dicembre a Perugia, tra l’altro nella magnificenza e magia dell’Auditorium di San Francesco al Prato, non lascerà indifferenti chi deciderà di andarci. Lo si evince, crediamo, anche da questa intervista a Giulio Scarpati con il quale abbiamo parlato di questo spettacolo e, come nostra consuetudine, di altro ancora.

– Nella prima di Spoleto l’abbiamo vista emotivamente coinvolto, partecipe, a tratti visibilmente stregato dalla grande lirica. Come si riesce a stare nel giusto “equilibrio” per riuscire a raccontare la Callas?

Di fondo c’è che devi trasferirle queste emozioni al pubblico che ti sta sentendo. Il canto, il pianoforte, le immagini aiutano chiaramente a entrare in questo mood.
La Callas che soffre e vive delle sue fragilità e allo stesso tempo la celebrazione che tutti tributano alla sua grandezza quando era sul palcoscenico, con la sua voce potentissima e una presenza scenica senza uguali. E’ un racconto che in qualche modo può riguardare tutti, specialmente noi che stiamo sul palco, a mio avviso. Dentro c’è la vita

– Fragilità che l’epistolario Pasolini-Callas evidenzia…

“E che ho espressamente chiesto all’autore del testo, Nicola Calocero Giannoni, di inserire. Il riferimento è alla frequentazione durante le riprese del film Medea e alla sensibilità e comprensione che Pasolini mostra nel comprendere le difficoltà che, pure una grande del palcoscenico come la Callas, incontra trovandosi sul set. Ovvero dove  non hai la continuità della performance teatrale ma tutto è frammentato. Questo rendeva Callas meno sicura e quindi da questa difficoltà, in qualche modo scoperta  e compresa da Pasolini, scaturisce una bella narrazione.

Pasolini e Callas sul set di Medea (Arcane storie)

– Dalla quale emerge una sorta di innamoramento di Callas per Pasolini, no?
E’ un altro tassello che ci fa comprendere il lato fragile della Callas nel non saper riconoscere nella vita privata la natura dei sentimenti. Lo si evince dalla confessione che fa a Dacia Maraini quando le racconta che Pasolini le ha regalato un anello: “allora vuol dire che ci sposiamo?”. Sembra quasi una illusione adolescenziale che la porta a non rendendosi dell’omosessualità di Pasolini.

 – Lo spettacolo in effetti evidenzia questo sovrapporsi di eventi personali, spesso drammatici, a straordinarie performance in scena. Possiamo approfondire questo aspetto?

La premessa è che lei riusciva a catalizzare l’attenzione dello spettatore per la sua presenza scenica, per l’espressività del suo volto, per la straordinarietà della sua voce. E poi i personaggi che interpretava erano forti ma anche fragili.
Come lei, per gli aspetti che abbiamo detto della sua esistenza. E quindi quei ruoli riusciva a compenetrarli perfettamente con grande perizia artistica, certo, ma con un coinvolgimento personale, al punto da portarti a credere che non stesse recitando. Del resto ci sono state effettivamente coincidenze in questo senso tra vita reale e scenica.

– Dalle sue parole e dal modo con cui le esprime traspare una particolare partecipazione a questo lavoro. Sbaglio?

Devo dire che è uno spettacolo molto curato in tutti i suoi aspetti, ed è fatto con grande passione perché si racconta la vita di un’artista immensa ma fragile nella vita privata.

– Qual  è l’aria che più la coinvolge tra un capitolo e l’altro della sua lettura?

Casta Diva ha un forte impatto e nel reading emerge anche il perché.  E mi coinvolgono molto l’attualità compositiva di Puccini, la potenza delle opere di Verdi che lei interpretava con grande generosità dando tutta se stessa, come nella nella vita, nel canto, pagando poi il conto in entrambi i casi.

– Con quale spirito consiglia al pubblico di assistere a questo spettacolo?

Voler sentirsi raccontare una storia intensa, vera, profonda e lasciarsi andare al canto di musiche straordinarie.

– Tormentone finale: un aggettivo per ciascuna delle forme artistiche in cui lei si è espresso. Per lei la tv è?

Affetto. Che mi  dimostrato quelli che incontro per strada dicendomi che li ho accompagnati per un pezzo della loro vita.

– Il cinema?

Scomposizione. Girare una scena dopo l’altra, capire in quale fase della trama sei e recitare di conseguenza. Alla fine la soddisfazione immensa di vederle montate in sequenza.

– La scrittura?

Una parentesi. Non è il mio mestiere. L’ho fatto solo perché vedevo mia mamma che stava male per  l’Alzheimer e volevo trovare una via d’uscita. Non sono in grado di inventarmi una storia o dei personaggi credibili. Spero che il  libro (“Ti ricordi la casa rossa? – Lettera mia madre” ndr.) sia stato di aiuto ad altri.

Pittuosto mi piace, questo sì, lavorare sul testo, occuparmi della trascrizione-traduzione quando faccio le letture. In relazione ai classici, in particolare, ci sono traduzioni che vogliono modernizzarli col linguaggio di oggi. Sono contrario. Se sono classici, tali devono restare perché sanno certamente parlare efficaciemente anche ai nostri tempi. Ecco: trovare le parole giuste, mi piace e ci dedico tempo.

– Il teatro?

La vita. Lo faccio da quando avevo 16 anni. Tra l’altro mi piace molto andare in tournée,  vedere le città e percepire le relazioni che si stabiliscono con il pubblico. Sono esperienze bellissime, uniche.

Lei ha iniziato con Elsa De Giorgi. Che ricordo ha di lei e a chi deve essere grato per la sua carriera di attore?

Elsa De Giorgi era tra l’altro una donna intelligentissima e culturalmente molto preparata, molto sui generis. Questo mi faceva molto divertire perché comunque ero una persona fuori dagli schemi. Lei era davvero avanti, sperimentava e partiva sempre dal corpo in qualche modo mi faceva capire come essere coinvolto emotivamente nel racconto. Devo molto anche a  Sergio Fantoni, con lui tra l’altro ho recitato “Orfani” anche al Morlacchi. Interpretavo per la prima volta un pazzo, un ragazzetto disturbato, per me è stata una grandissima occasione.

Così come la mia memoria è legata a Lucilla Morlacchi con la quale ho avuto l’opportunità di lavorare, così come a Franco Parenti.

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