Umbri depressi, ma le spiegazioni sulle motivazioni non bastano

PERUGIA – Stando ai dati, gli umbri sono depressi. Nella classifica della vendita di antidepressivi la nostra regione è quarta, dopo Toscana, Liguria e provincia di Bolzano. La tabella che segue esprime le dosi giornaliere di antidepressivi consumate giornalmente per 1.000 abitanti (dati 2018).

 

 

Come si vede, il dato umbro (53,9 dosi al giorno) è parecchio superiore al valore medio nazionale (41,6) e lontanissimo da quello di diverse regioni meridionali che si attestano sulle 31-34 dosi.

Il consumo, in Italia, è in crescita (anche a causa della pandemia) e riguarda in particolare i più anziani; il trend è pienamente confermato anche per il primo trimestre 2019, l’ultimo di cui si hanno i dati.

Per avere conferma del fatto che il consumo di antidepressivi non sia dovuto a fattori terzi e casuali, volgiamo lo sguardo al fenomeno dei suicidi.

Il tasso standardizzato Istat, per 10.000 abitanti, pur registrando nel triennio considerato un leggero calo, vede l’Umbria sempre in prima posizione (o fra le primissime), come si evince da questa tabella:

 

 

Questo quadro necessita di una spiegazione di natura sociologica, più che sanitaria; secondo David Lazzari, psicologo dell’Azienda ospedaliera di Terni, che ne parlava già qualche anno fa, “le cause del record umbro sono molteplici, ma i fattori più significativi risiedono nell’invecchiamento della popolazione, nella crisi economica e probabilmente nel terremoto che si è fatto sentire per lungo tempo in buona parte della regione”; oggi il lockdown non può che aggravare la situazione.

C’è però qualche cosa che sfugge, nella ricerca di una spiegazione; l’invecchiamento della popolazione, la crisi economica e il lockdown non sono condizioni solo umbre, e se noi abbiamo avuto il terremoto altre regioni hanno subito altre calamità.

Forse gli umbri soffrono di una specifica malinconia? C’è qualcosa nel magnifico paesaggio umbro, negli splendidi borghi medioevali, nello splendore del Lago, che induce la tristezza? Non ci risultano studi in merito ma è un peccato, perché il fenomeno meriterebbe un’indagine accurata.

Claudio Bezzi

 

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