PERUGIA – Spettacoli e pubblico da record, una vitalità culturale superiore al dato italiano. Ma il peso economico dell’industry Spcc (Sistema produttivo culturale e creativo) resta basso. La produttività per addetto è inferiore sia al dato italiano che a quello del Centro. Occupazione in crescita ma meno incisiva che nel Centro-Nord. La sfida: trasformare l’energia creativa in filiera.
La dichiarazione:
Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “L’Umbria dimostra ogni giorno di possedere una ricchezza culturale straordinaria, riconosciuta in tutta Italia. Ma la sfida decisiva è un’altra: trasformare sempre più questa energia in una leva stabile di sviluppo economico. La vivacità dei nostri festival, la forza delle nostre sale, la densità della nostra produzione culturale devono diventare ancora di più infrastruttura, impresa, innovazione. Non basta fare cultura: occorre farla dialogare con il digitale, con i servizi avanzati, con le nuove professioni creative. È qui che si gioca il futuro della nostra competitività. L’Umbria ha un patrimonio che molti ci invidiano; ora dobbiamo avere il coraggio di renderlo in modo forte e convinto un motore strutturale di crescita, capace di generare qualità del lavoro, valore aggiunto e nuove opportunità per i giovani.”
Una filiera che in Italia corre
Il rapporto “Io sono Cultura 2025”, quindicesima edizione realizzata da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, conferma anche quest’anno che la cultura non è un ambito accessorio ma un settore industriale a tutti gli effetti. Nel suo linguaggio si parla di industry del Sistema produttivo culturale e creativo (Spcc): un sistema ampio, che tiene insieme software e videogiochi, comunicazione e editoria, audiovisivo e musica, performing arts, patrimonio storico-artistico, architettura e design, fino agli embedded creatives che portano innovazione dentro manifattura e servizi.
A livello nazionale l’industry Spcc cresce: 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2024, pari a un aumento del 2,1% sul 2023, che superano i 300 miliardi se si considerano gli effetti indiretti. I settori più tecnologici avanzano con forza, performing arts e patrimonio riprendono vigore, mentre l’editoria affronta una transizione profonda e l’architettura sconta la fine dei bonus edilizi. Un ecosystem complesso e interconnesso che influenza turismo, manifattura avanzata, servizi alle imprese e tecnologie.
L’Umbria dei record culturali
All’interno di questo scenario, l’Umbria si presenta come una regione di straordinaria intensità culturale. I dati SIAE la certificano prima in Italia per numero di spettacoli ogni 1.000 abitanti, con 79 eventi rapportati alla popolazione, contro una media nazionale di 57. Non si tratta di un exploit, ma di una costante: sale cinematografiche vive e partecipate, oltre 1,3 milioni di ingressi nel 2023, circa 1,5 biglietti pro capite, risultato che supera anche le regioni più grandi.
La musica, dal pop alla classica, mostra una domanda stabile e sopra la media nazionale. Il caso più emblematico è il jazz: l’Umbria è l’unica regione italiana dove la partecipazione media al jazz supera quella ai generi pop, rock e leggera. Umbria Jazz è un faro internazionale, ma accanto ad esso opera un tessuto fitto di rassegne e festival che portano la regione a concentrare oltre un terzo degli spettatori italiani del settore.
Un’industry Spcc che cresce, ma troppo lentamente
Sulla base di questa vivacità culturale, l’Umbria potrebbe esprimere un industry Spcc più solida. Il quadro economico mostra sì una crescita, ma non sufficiente. Nel 2024 il sistema culturale e creativo regionale ha generato 1,049 miliardi di euro di valore aggiunto, in aumento del 2,5%. Gli occupati sono saliti a 18.882, dai 18.295 dell’anno precedente.
Il problema è il peso relativo: l’industry Spcc rappresenta solo il 4,4% dell’economia regionale, mentre la media italiana è al 5,8%. L’Umbria si posiziona così nella fascia centrale della classifica nazionale, distante dalle performance di Lazio, Lombardia, Piemonte, Campania e anche dalle regioni del proprio stesso bacino territoriale: Toscana e Marche superano il 5%, mentre il Lazio sfiora l’8%.
Occupazione stabile, ma produttività debole
Il divario si amplia considerando la produttività. Gli addetti dell’industry Spcc in Umbria sono il 4,9% degli occupati totali, un dato che non sfigura ma non decolla. Il punto critico è la ricchezza prodotta per lavoratore: 55.555 euro annui, contro i 73.622 euro della media italiana e i 72.280 del Centro. Nel Lazio si superano i 79.000 euro, in Toscana si oltrepassano i 65.000, nelle Marche si sfiorano i 62.000.
Significa che la filiera culturale e creativa umbra produce meno ricchezza a parità di lavoro. Non per mancanza di contenuti o partecipazione, ma perché la struttura industriale è ancora debole: poche imprese medie, scarsa presenza dei segmenti a più alto valore aggiunto, meno integrazione tra cultura, digitale, comunicazione e servizi avanzati.
Una regione che genera cultura, ma deve rafforzare la filiera
La lettura congiunta dei dati SIAE e del rapporto nazionale porta a un messaggio netto: l’Umbria esprime una ricchezza culturale che poche regioni italiane possono vantare, ma fatica a trasformarla in una industry Spcc capace di incidere sull’economia regionale. Non è un limite strutturale, ma una possibilità da cogliere. Festival e spettacoli alimentano reputazione, attrattività, partecipazione; per tradurre tutto questo in valore economico servono imprese più connesse, più dimensionate e più orientate all’innovazione.
La sfida dei prossimi anni
Non si tratta di cambiare la natura della cultura, né di snaturarne la funzione sociale. La sfida vera è trasformare la forza culturale in opportunità economiche: più servizi digitali legati ai contenuti culturali, più produzioni audiovisive, più innovazione di processo e comunicazione, più spazi per gli embedded creatives che lavorano nell’incrocio tra cultura, manifattura, turismo e tecnologie.
L’Umbria ha già gli ingredienti fondamentali: un pubblico affezionato, eventi di grande richiamo, un’identità culturale riconoscibile, un capitale artistico diffuso. Rafforzare l’industry del Sistema produttivo culturale e creativo significa semplicemente permettere a tutto questo di generare più valore, più lavoro qualificato, più stabilità. Una crescita che può avvenire senza rinunciare a ciò che la regione è, ma mettendo a frutto ciò che già possiede.


